Lugano addio

Con te se ne va la parte più importante della mia vita, il tempo in cui pensavo che tutto avesse un senso.

Oggi quel tempo è finito e con esso anche le mie parole.

Ci vediamo all’Inferno, Splinder.

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Per aspera ad astra

Che si santifichino le feste e gli assassini, perché tanto i morti non hanno colore. Non c’è nessun complotto, nessuna strumentalizzazione. Solo una grande semplicità di meccanismi. E in fondo è un bene, perché gli ingranaggi semplici difficilmente si guastano. Quanto a me, non saprei. Passo le giornate in contemplazione dei miei fallimenti. Le mie fragilità si espandono, come crepe sulla superficie di un vaso. Lavoro molto. Bevo troppo, senza neppure più la pretesa di condurre una vita normale. Odio quello che faccio, mi infastidisce la gente. Sorrido sempre meno. Sono quasi sempre solo con i miei pensieri. A volte mi capita di svegliarmi di soprassalto nel cuore della notte. Fatico a trovare obiettivi per cui valga la pena entusiasmarsi. Mi piacerebbe tanto che il vento soffiasse ancora e mi levasse in volo.

Confessioni di un vigliacco

Avevo venticinque anni quando ho incontrato A. e non sapevo ancora che mi avrebbe cambiato la vita.

Non sono certo che fosse bella e nemmeno giurerei che fosse molto simpatica. Eppure, quando se n’è andata, ha portato con sé l’uomo che sono stato.

Spesso mi capita di pensare all’estate passata ad impacchettare le sue cose, una per una, perché non si rompessero durante il viaggio.

Avrei potuto chiederle di non partire, oppure prendere quel volo insieme a lei. Invece mi sono stretto nelle spalle, senza dire nulla.

Credevo che la distanza ed il tempo mi avrebbero aiutato a dimenticarla. È così che ho finito per sposare una donna che non amo.

Mentre facciamo l’amore, a volte, vorrei gridarglielo in faccia. Non lo vedi che della tua perfezione io non so che farmene? Invece la guardo scivolare nel sonno, una notte dopo l’altra. In silenzio.

Giulia vorrebbe un bambino, anche se non me l’ha mai detto. Magari con i suoi stessi occhi verdi. Io sono certo che un figlio non l’avrò mai.

Ho troppa paura che possa assomigliarmi.

Io, che di mestiere faccio il dio

Ho sempre pensato che esistessero due specie di dolori: uno fluido, fluorescente, come il liquido che mettono nei tubicini al neon; l’altro solido, ghiacciato, come la punta di un iceberg.

In palestra mi alleno con gli auricolari, senza mai rivolgere la parola a nessuno. Sono quasi sempre solo. Voglio essere solo.

Di notte non riesco a prendere sonno e mi rigiro nel letto, sino alle prime luci dell’alba.

Per il morbo che mi divora non esiste vaccino.

Cammino cercando di memorizzare le facce della gente ed i nomi delle vie.

Guardo la vita scorrermi addosso in bianco e nero, come se non mi appartenesse più.

If you see her, say ‘hello’

Se sarà uno di quei giorni in cui il cielo di Barcellona si confonde col mare, respira forte l’odore della città. E dille che il suo sorriso fermava il tempo e riempiva lo spazio.

Passavo le mie giornate in giardino, dove c’erano sempre mille cose da fare: dividere i semi, potare le siepi, innaffiare le aiuole.

La storia che ti insegnano a scuola – piaceva ripetere al nonno – l’hanno scritta i papi ed i re per soggiogare il popolo.

Non ero sicuro di sapere che cosa intendesse dire. Così ci riflettei a lungo.

Un giorno, quando mi parve di aver capito, gli domandai: perché, allora, il popolo la storia non se la scrive da sé?

Il nonno stava rastrellando le foglie che si ammucchiavano sotto la magnolia, di fronte a casa. Si fermò di colpo, raddrizzandosi. Da sotto il berretto di panno, grosse gocce di sudore gli colavano lungo il viso.

Porque, mi niño, el pueblo no sabe escribir y no tiene memoria.

Cuando fui mortal

La strada che dalle montagne si snoda verso valle, in direzione di Gasteiz, è stretta e pericolosa.

L’unico servizio di trasporto pubblico è fornito da un piccolo autobus della PESA che copre, per due volte al giorno, i trenta kilometri che separano Arrasate dalla capitale di Araba.

L’autista, da vent’anni a questa parte, è un signore rubizzo, con un gran paio di baffi, che chiacchiera con i passeggeri mentre compila le ricevute di viaggio. Quasi sempre si tratta di studenti che ironizzano sulla goffaggine con cui il vecchio torpedone (noto ai più come pesaculo) arranca lungo i tornanti.

La campagna, tutt’attorno, è un groviglio intricato di pini e larici punteggiato, di tanto in tanto, dal bianco dei tradizionali baserri di pietra ollare. Sullo sfondo campeggia l’invaso artificiale di Landa, che rifornisce d’acqua tutto il bacino del Deba, e, oltre, la mole acuminata di Anboto.

Lungo la parete est del massiccio si aprono profonde fenditure e grotte che si addentrano nell’oscurità, sino alle viscere della terra.

In una di queste, per sei mesi all’anno, abita Mari, la dama del monte.

C’era infatti un tempo, nella spianata di Beasain, una contadina che volle barattare col diavolo l’anima del frutto che portava in ventre, in cambio della giovinezza eterna.

Venuto alla luce il bambino, Mari (così si chiamava la contadina) si rifiutò di farlo battezzare. Ma il marito, che era un buon cristiano, affinché suo figlio non vivesse nel peccato preparò il carro e, dopo avervi aggiogato la giovane testarda, si diresse all’eremo di Nuestra Señora de Arantzazu, dove il piccolo avrebbe potuto ricevere il sacramento.

A metà della salita che conduce al santuario, però, la donna prese ad ardere di luce verde e, dopo aver bruciato i legacci che la imprigionavano, spiccò il volo tra lingue di fuoco, gridando “mio figlio al cielo ed io, in eterno, alla terra”.

Da allora, la cima di Anboto si illumina di strani bagliori quando Mari lascia la sua casa di pietra, determinando la fine delle piogge e l’arrivo della bella stagione.

Amo tu brillo,
Reina de Anboto.
Libre
has nacido para ser, n
unca serás para mi.