Nel sonno campestre

Ho iniziato a scrivere all’età di quattro anni, senza pensare  che un giorno mi ci sarei guadagnato da vivere.

Una cugina di mio nonno, decrepita ma con lo sguardo luminoso di un folletto,  mi costringeva a compitare, per pomeriggi interi, file di aste e cerchi al tavolino, mentre nei lunghi pomeriggi estivi le voci degli altri bambini si mescolavano ai colpi di pallone.

Avrei voluto utilizzare una delle penne stilografiche del nonno, che aveva sempre le dita macchiate di inchiostro, ma mi era permessa solo la matita, che incideva brutalmente il foglio e bisognava temperare ogni cinque minuti.

Il nonno era un uomo misterioso, con una valigetta piena di cianfrusaglie e l’abito scuro. Era stato chirurgo di guerra e quando si affacciava alla porta dell’ambulatorio – un ricettacolo di orrori, bisturi e sanguisughe – aveva sempre le maniche della camicia arrotolate sopra i gomiti.

La nonna era morta molti anni addietro, in un incidente d’auto, lasciandolo con quattro figli sognatori e inconcludenti, una disgrazia di cui non parlava mai.

Da piccolo pensavo non mi volesse bene,  per via di quei capelli biondi e delle lentiggini che mi rendevano così simile a mia madre, fuggita in Francia con un capofila della rivolta studentesca.

Eppure nemmeno mia sorella sembrava andargli a genio, con il suo carattere allegro e spensierato, i lunghi capelli corvini e gli occhi verdi di pantera.

Sono stato un adolescente volitivo e taciturno. Passavo le giornate leggendo romanzi polverosi, enciclopedie mediche e vecchi saggi storici, mentre Viola, cantando, intrecciava corone di foglie e fiori di magnolia.

Nel parco c’erano vecchie sculture di putti e capitelli corinzi, corrosi dal tempo e soffocati da nuvole di muschio.

Ci inseguivamo, ansanti, fra tronchi di betulle e cespugli di sambuco, sino ad un vecchio pozzo con la carrucola arrugginita, sul quale ci sporgevamo per scrutare la nostra immagine tremolante e lontana.

Il nonno allevava diversi tipi di animali. Pappagalli, in una grande voliera ricoperta di glicine, e alcuni pavoni, che se ne stavano rinchiusi, schiamazzanti, in vecchi recinti di ferro battuto.

Ogni tanto qualche esemplare più coraggioso si avventurava sui rami di un albero o sopra la veranda della cucina. Toccava allora a Benedetto, il giardiniere, recuperare il fuggitivo berciante e riportarlo, bestemmiando, alla sua dorata prigionia.

Di sera, dopo aver cenato, sedevo sotto al portico, tra gli effluvi di cetronella e gelsomino, ad aspettare il volo delle prime lucciole, mentre dal fontanile lontano si levava il canto delle raganelle.

Raccontavo a Viola, la testa poggiata sul mio braccio, la favola dei bimbi d’oro e d’argento e mi addormentavo pensando al sorriso di mio padre, all’odore di tabacco fra le pieghe della sua giacca.

Mai e poi mai, figlia mia che cavalchi in lungo e in largo

nella terra delle fiabe del focolare, e per incanto addormentata,

devi temere o credere che il lupo con un cappuccio bianco-agnello,

saltelloni e belando rozzo e allegro balzerà,

Mia cara, Mia cara,

da una tana nel mucchio di foglie nell’anno zuppo di rugiada,

per mangiare il tuo cuore nella casa nel bosco di rose (D. Thomas). 

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