Érase una vez el amor pero tuve que matarlo (musica dei Sex Pistols)

Nancy amava Sid, ma le piaceva leggere filosofia e ascoltare Wagner. Sid amava Nancy e non gli piaceva nient’altro

Dimentico la nostra lingua. Ogni giorno se ne va qualche parola.

Oggi un verbo, domani un aggettivo. Piccoli pezzi di un sogno infranto.

Attendo l’imbarco seduto a un tavolino, l’aria stravolta e il vestito stropicciato.

Scariche di adrenalina mi attraversano il corpo, mentre le pastiglie iniziano a fare effetto.

Una hostess mi domanda se desidero qualcosa da bere.

Uno scotch, per favore.

Sorride.

Lo sa che l’aereo è il mezzo più sicuro al mondo?

Così dicono.

All’inizio anche io avevo paura, poi ci si abitua.

Ci si abitua a tutto, mein herr fräulein.

Il rombo di un 747 scuote le vetrate della sala d’aspetto.

Da bambini guardavamo gli aerei aggrappati alle reti di protezione.

Voglio fare il pilota, diceva mio fratello, con i suoi occhiali a fondo di bottiglia.

Do un’occhiata intorno. Una signora sonnecchia sulle poltroncine.

Barcollo fino alla porta del bagno, trascinando il trolley pieno di documenti.

Faccio scorrere l’acqua per qualche secondo, poi metto le mani sotto il getto bollente.

Il dolore mi fa stare meglio.

Esco quando gli altoparlanti annunciano l’ultima chiamata del volo per Milano.

La signora si sveglia di soprassalto.

Percorriamo il tunnel snodabile di corsa, con il sole che tramonta oltre le montagne.

Cabin crew ready for take-off.

Domani è ancora lunedì.

Mi manchi

Sid non ha mai avuto la minima chance. Desiderava amare una donna e trovò Nancy, la ragazza migliore che c’era sulla terra. Non avrebbe potuto essere più fortunato e sai come si comporta Madama Fortuna con i tipi sensibili. Il povero Sid aveva il cuore di tigre, ma l’anima del poeta” (E. Medina Reyes)

Annunci

We’re from Barcelona

No puedo tomar café,
el café me quita el sueño.
Solo puedo tomar-te,
que con café no duermo

Due ali di cartone tatuate sulle mie spalle.

Ogni notte si ripete uguale a se stessa, come un eterno supplizio.

Ti ho vista per la prima volta nella luce azzurra di un mattino d’agosto.

L’albergo sembrava una casa d’appuntamenti e una voce metallica ripeteva la destinazione dei treni in transito.

Avevo atteso un autobus per ore, alla stazione di Vitoria, ascoltando il Sirimiri battere su una vecchia pensilina arrugginita.

Il giorno dopo ho camminato nelle tue viscere, senza meta, sino alla terrazza del Parc Güell.

Guardandoti dall’alto, tra le voci accaldate degli italiani in vacanza, ho odiato l’incanto delle tue mille anime.

Fumavo una sigaretta dopo l’altra, sul balcone, guardando il riflesso della torre Agbar.

I pranzi consumati negli aeroporti di mezza Europa, i miei libri e la malattia.

Paula seminava biancheria per l’appartamento e piccole calamite sulla pancia del frigorifero.

Sono partito promettendo che sarebbe stato per poco, ma da allora non sono più tornato.

Harrobaren ertzean, basamortuan, so eginez,
azkeneko pitzadurak ez ninduke harraoatuko.
Kristaleeko kutxa batetan amildegitik jauzisko nintxateke,
ibilbidearen amarera noiz iritsiko den larritu gabe.
Hemen izango bazina.

Eclipse de mar

Da sempre mi rado con la lametta.

È un piccolo gesto che mi ricorda mio padre.

L’abito scuro, il nodo alla cravatta e i capelli arruffati.

Papà aveva gli occhi verdi.

Io no, però porto le stesse piccole macchie di sangue sul colletto della camicia.

La nostra casa era appartenuta a un gerarca nazista, uno di quelli impiccati a Norimberga, e l’ampia scalinata in marmo incuteva timore.

Spiavo di nascosto i pazienti di mio nonno, vecchie cariatidi contadine con le mani rotte dalle stagioni, e quelli di papà, affetti da cronica bizzarria.

Il primo intervento del nonno fu in guerra, da studente, quando dovette amputare la gamba ad un soldato.

Tagliò seguendo le illustrazioni di un vecchio manuale da campo e il soldato si prese la cancrena.

Quando lo raccontava, dopo aver bevuto un po’, una ruga gli increspava la fronte.

Nell’autorimessa c’era un piccolo calesse utilizzato un tempo per le visite a domicilio, ma nessun cavallo più che lo potesse tirare.

Così ero io a far correre mia sorella, prima che la carrozza ritornasse una zucca.

La nonna è morta nel 1967, in un incidente d’auto, e con lei il più anziano dei fratelli di mio padre.

Il più giovane, professore di storia, si sparò un anno dopo nei bagni dell’Università.

Fu allora che il nonno decise di vendere la villa e si mise a scrivere poesie.

Diceva che era l’unico modo per non essere dimenticato.

Un mattino un infarto se l’è portato via, con il pastrano e il cappello, al volante della sua 127 blu, il motore acceso e la borsa posata sul sedile del passeggero.

Qualche tempo addietro sono stato invitato all’inaugurazione di una clinica che porta il suo nome, così ho pensato che forse, dopotutto, si sbagliava.

Sono nato in un mondo ormai cambiato e il medico non ho voluto farlo mai. Di mio nonno ho ereditato l’orologio e quella ruga profonda come una ferita.

 

Che tu sia per me il coltello

Le increspature mandano lampi accecanti.

“A Sitges, per favore, passando dalla litoranea”.

Il tassista mi guarda come se fossi pazzo.

“Con questo traffico ci vorrà più di un’ora”.

Inspiro lentamente l’aria carica del profumo degli oleandri.

“Nessuno mi aspetta”.

Il cimitero occupa l’intera collina, fatico ad orientarmi tra i sentieri e le lapidi annerite dal tempo.

A un tratto la scorgo, dietro la sagoma di un angelo mutilato.

Inciso su una lastra di metallo arrugginito c’è il mio nome.

Ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all’estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da lì, da quell’ossicino, l’uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti”.

Il berry vibra a cadenze regolari.

Due uomini litigano in arabo sotto le nostre finestre.

Guardo la curva perfetta della tua schiena, nessun dio ci potrà mai perdonare.

Le ombre dei miei vestiti sono anime in attesa del giudizio universale.

Lascio che l’acqua sciolga i miei pensieri.

Domani non ci sarai e sento qualcosa cedere oltre la linea del cuore.

La nebbia avvolge lentamente ogni cosa.

Il mio trolley sobbalza sull’asfalto bagnato.

Poi d’improvviso è giorno.

Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l’ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L’ho dichiarato disperso finché l’ho visto nel cortile della scuola. Subito quell’idea si è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un’altra persona” (D. Grossman).