Tu eres mi única patria

Due angeli si abbracciano lungo la curva della tua schiena. Piove a dirotto sull’asfalto consumato di calle de Echegaray e le gocce rigano dolcemente il vetro appannato.

Di sotto, in Antón Martín, gli studenti si affrettano verso il conservatorio, tra le grida e gli schizzi delle automobili in transito.

Czerny, Hanon e Bach. Polverosi manuali di teoria musicale. Nessuno accarezza i tasti del pianoforte a coda e l’avorio ingiallisce, sotto la stola di feltro rosso.

Presto riapriranno i cinema all’aperto e la gente darà un paseo per il centro; che sia pioggia o metallo non fa differenza: va in scena il prologo della primavera madrilena.

Esercizi di stile nella luce tenue del pomeriggio, mordente e trillo. Acciaccature.

La nebbia avvolgeva la Casa de Campo, per giorni, stemperando colori e prospettive, mentre tu leggevi il giornale, con l’aria stralunata.

Discutevamo molto, prima di andare a dormire: en este país, tenéis pintores valiosos, pero los jueces de puta pena. Sorridevi. Por eso necesitamos buenos abogados.

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