Cuentame un cuento

Quando il tío Ramón decise di spararsi in testa, una mattina di maggio, nessuno si meravigliò molto. C’era da aspettarselo, commentò il nonno, legna verde, buona soltanto a far fumo.

A me lo zio era sempre sembrato un tipo piuttosto in gamba, con un sacco di storie da raccontare, a proposito della guerra e della montagna, che tirava fuori d’inverno, davanti al camino grande del salotto.

In particolare gli piaceva il racconto dell’aviatore sovietico (un certo Dragunov o Draganev, non ricordo bene) che si diceva avesse abbattuto più di cento apparecchi fascisti, nei cieli sopra Madrid, con uno di quei caccia russi che la gente chiamava ratas, topolini, perché erano capaci di arrivarti alle spalle, in un battito di ciglia, senza lasciarti neppure il tempo per un segno di croce.

Il giorno del funerale, a Indautxu, c’era un sole scintillante e l’aria color della tormalina. Sulla bara di legno chiaro gli amici stesero un panno giallo e l’Ikurriña, prima di accompagnarlo al cimitero, vicino alla nonna.

A quel tempo pensai che allo zio forse non sarebbe piaciuto finire sotto terra e che, se avesse potuto dir la sua, avrebbe preferito l’acqua ferruginosa della Ría. Non sapevo ancora che i vivi dimenticano in fretta.

Così, una volta seppellito, parve a tutti piuttosto naturale che del tío Ramón non si parlasse più. Solo la mamma lo scomodava, di tanto in tanto, quand’era molto arrabbiata. Finirete come mio fratello, diceva, a raccontare panzane (estupideces) al fuoco.

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