Memorie dal sottosuolo

Prima c’era la colazione dell’estate e poi quella dell’inverno.

Il Naviglio è di nuovo secco e quando tornerà l’acqua vorrà dire che un altro anno è passato. Presto indosserò la sciarpa attorcigliandola al collo, perché nessuno mi farà il nodo prima che io esca di casa.

Il portiere Mario mi saluta sempre due volte: buongiorno buongiorno, dice. Proprio così.

Spesso dimentico di fare la barba e se lavoro fino a tardi è solo per una questione di abitudine.

Ogni tanto vado a mangiare in quel locale che ti piaceva tanto. Non di frequente, dal momento che di cenare solo mi vergogno un po’.

Compro molti libri, libri che non leggo mai: mi lascio attrarre dalle copertine.

In piazza del Duomo hanno messo l’albero ed un sacco di luci, però la gente è sempre arrabbiata. Chissà che gusto c’è ad essere sempre arrabbiati. Forse va molto di moda.

Io non sono arrabbiato. Non sono neppure molto di moda, a dire il vero.

Sogno in continuazione e nei miei sogni ci sei sempre tu. Papà dice che è per via delle medicine: stimolano l’attività corticale. O qualcosa del genere.

A volte cerco di pregare.

Solo non ricordo bene alcuna preghiera, eccetto quella che cantava la mamma. Così recito una filastrocca per bambini, perché Dio mi aiuti a ritrovare la strada.

Altre volte, invece, sono solo troppo stanco.

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De rerum natura

Maite significa Amore, ed era il nome di mia madre.

Dalla vecchia casa quadrata, sulla cima della collina, si vede il mare e poco oltre Iparralde, con i tetti di Hendaye e Donibane Lohizune.

Avevo sette anni ed il nonno mi portava alla fiera di Ordizia.

Era un uomo piccolo, l’aitona, anche se a me sembrava grandissimo, con una cicatrice bianca sul collo, a forma di lampo.

Il basco l’aveva imparato in malga, da ragazzo, e parlava sempre malvolentieri della guerra. Forse per il fatto che aveva combattuto col Requete carlista, durante la presa di Bilbao, quando i gudaris avevano gettato le armi.

Allora i guardia civil mi facevano molta paura, con il tricorno di carta cerata e quel modo rabbioso di abbaiare ordini.

La mamma li chiamava txakurrak e diceva che allo zio Tomas, una volta, avevano messo la bolsa, che è quando ti infilano un sacchetto di plastica sopra la testa, per farti soffocare.

Dove una tempo c’era la dogana oggi è rimasta soltanto  una rotonda di cemento. Così ho pensato a quando mi dicevi che sognare è pericoloso.

Molto meglio scavare la terra.

Tokyo, mon amour

Portavo i capelli biondi, coi ricci, e nelle foto non fissavo mai dritto nell’obiettivo. Avevo sempre sete, una sete terribile, e quel ronzio metallico proprio dentro la testa.

Il frastuono se n’è andato, da molto tempo. La sete no. Così stanotte il cielo si è spento per l’ultima volta, tutto d’un tratto, come se qualcuno avesse pigiato l’interruttore.

Ho ripercorso la mia vita, fotogramma per fotogramma, per capire dov’è quella piegolina invisibile. Quella che fa deragliare la pellicola dal rullo, ogni volta, ingarbugliando tutta la matassa.

Desossiefedrina, Methedrine, Diazepam. Per fingere di poter essere normale. L’acido scioglie poco a poco la mia anima, tanto che mi pare quasi di sentirla gridare.

Successivamente oggi, Vendemmiaio sestidì, Belle de nuit, avanti al Giudice Nostra Signora dell’Ipocrisia, sono comparse, finalmente, le stelle.

E dicano, per compiacenza, Lor Signori, che cosa vedono quando mi guardano negli occhi: c’era una volta un bambino che non voleva finire all’Inferno e non trovò nulla di meglio che diventare papa.