Gudari

La pioggia batte violentemente sul sagrato, amalgamando chicchi di riso e petali di rosa.

Mai passare, di notte, sotto un albero di betulla. Porti i capelli biondi tirati all’indietro, sempre corti, fin da quando eri bambina. I giochi, a Burgos, e la campagna. Tua madre grida quando torni con le ginocchia sbucciate.

Riunioni di pretattica per le composizioni di spagnolo e le bambole con cui non volevi giocare. Tua madre singhiozza, chiusa in bagno, per quel tatuaggio che ti deturpa la schiena.

Le onde dell’oceano, d’inverno, e la cabina sotto la tua finestra. Sei rincasata, una sera, senza voglia di cenare. Me ne vado, hai detto, ed a papà è caduto il cucchiaio.

Ridevi tra la nebbia dei fumogeni e le sciarpe, a Marassi. Sembra quasi di essere a casa. Le domeniche al mare, col motorino, ed il tuo costume blu. Tieniti stretta, per non cadere, e appoggia la testa, qui, sulla mia spalla.

Porta Genova, il Naviglio, freddo sull’autobus e dentro al cuore. Una mattina ti ho fatta piangere e non ricordo neppure il perché. La resina dei tigli sul parabrezza ed il suono dei miei passi lungo le scale.

Ciò che è rimasto di buono, in questa vita, lo devo a te.

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