Darrera

Sono geloso della luna perché tu la guardi.
Sono geloso del sole perché ti scalda.
Ti sento, anche se non ti sto ascoltando.
Ti parlo e non ti sto parlando.
Ti amo anche quando non ti amo.

E’ un letto troppo piccolo questo. Ci sono solo letti piccoli nella mia vita. Io, invece, ho sempre desiderato un letto grande. Senza le gambe, magari. Dal quale non si possa cadere. Ed ho freddo. Anche se ormai è primavera.

Il corridoio dell’interscambio è tutto bianco ed asettico. Lungo lungo, come quello di un ospedale. A metà del tragitto c’è sempre qualcuno che suona. Di solito un ragazzo peruviano con la fisarmonica. O l’Inglese, quello che si porta lo sgabellino da casa.

Quando vedo un musicista di strada mi scatta un interruttore nella testa. Inizio a frugarmi nel portafogli, per dargli una moneta. Altrimenti resterò tutto il giorno a pensare che non l’ho fatto. Solo che io non sono ricco.

Così ho escogitato un trucco: riempio la mano di pezzi da 5 e 10 centesimi, poi la infilo nel barattolo, in modo che nessuno possa vedere quanto ci metto. Neppure il suonatore. Solo allora apro il pugno e le monetine cadono facendo rumore. Tanto rumore.

Molto rumore per nulla.

Ho pensato che forse faccio così per il fatto che odiavo suonare.

Perché se la gente sa (e la gente lo sa)
che sai suonare
suonare ti tocca per tutta la vita

Solo che io odiavo suonare. E questo corridoio è così lungo. A metà del tragitto c’è sempre qualcuno che suona. La febbre mi rode il cervello e batto i denti come un bambino, per via degli spasmi. Così mi devo appoggiare al muro, con la mano, ed i capelli incollati sugli occhi.

Però la gente la vedo, mentre scarta di lato, con le borse strette lungo il fianco. Non li voglio i vostri soldi, hijo putas, sin verguenza. E non mi toccate, badate bene. Potrei persino essere contagioso. Con questa barba ispida e rada. Neppure quella mi riesce a modino. Il figlio di puttana sei tu. Ma no, no.

Non chiamarmi figlio di puttana: io sono Bandini! Arturo Bandini!

Poi Dio, quant’è piccolo questo letto! Non riesco neppure a girarmi. Nè ad infilare il naso tra il materasso e la parete, come quand’ero bambino. Perché il muro puzza. Di vecchio, di tortilla o di nonsoché.

Una grande torre di plexiglass a forma di cazzo, che di notte illumini la città. E’ davvero un’idea fantastica. P-r-e-c-i-o-s-a. A mangiare davvero non ce la faccio. Così bevo thé alla vaniglia, con l’acqua scaldata nel bollitore arancione.

E la montagna che si vede, qui, dalla finestra. Sembra un grosso culo spelacchiato. Tibi-dabo, la chiamano. Perché dicono che il diavolo ci ha portato Gesù, una volta. E indicandogli con la mano (o lo zampino, non è chiaro) il fango, lo sporco, il cemento e le petroliere gli ha detto: tutto questo ti darò se prostrato mi adorerai.

Il resto della storia lo conoscono tutti.

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In hora mortis nostrae

Terra chiama Stella, mi copi?

Vorrei essere pioggia, tra le foglie e dentro le grondaie. Carezza lieve sui tetti e nel fitto dei cespugli di azalea. Scompormi piano, nel blu, in miriadi di cristalli policromi. E scivolare lentamente lungo i vetri, tracciando impercettibili arabeschi trasparenti.

Passavo pomeriggi interi, nell’erba, con gli stivali di gomma e l’ombrellino della Pimpa, in attesa che venisse l’acqua a portarmi via. Sotto il temporale, immobile, con un solo pensiero nella testa: io sono una goccia.

Terra chiama Stella, mi copi?

E Radio Stella trasmette, sul limitare del bosco, dalle rovine di un vecchio mulino. La maestrina basca ha le spalle minute, ed una voce che si fa placenta, morbida ed avvolgente. Con picchi acuminati e taglienti, come cocci di bottiglia. Di quelli che si mettono in campagna, nei muri, per paura dei ladri.

Terra qui Stella, forte e chiaro. ¡No pasaran!

Il nonno mi ha insegnato a voler bene alla pioggia. Ed a sparare, anche, con il calcio del fucile nell’incavo della spalla. Bisogna che ci appoggi un panno, sussurrava. A Malaga li fregavano così, per via del segno lasciato dal rinculo. Sorrideva. Sapessi com’è brutto diventare vecchi. Ma tanto io vecchio non diventerò mai.

Terra chiama Stella, mi copi?

Ho imparato a scavare la torba, con la vanga, e a conoscere tutti i nomi delle piante. Così, quando mi domandarono se mi piacessero i fiori, io scrissi di sì, convinto. Le camelie, soprattutto. Allora da grande tu vuoi fare il fiorista. Ma  risposi di no. Vi sbagliate: io da grande voglio fare il professore. Quindi devi essere matto oppure, peggio ancora, frocio . Perché è così che ragionano.

E pensavo: per forza le abbiamo perse tutte le guerre, mentre me ne stavo lì, imbarazzato, con la paura che venisse qualche generale, in uniforme e gradi dorati, a strapparmi dal culo tutta quella voglia di primavera.

Così Terra chiama Stella, per tutta la notte, con voce afona e stanca. Mentre il diluvio cade fitto dal cielo. Ed un pensiero fisso, nelle tempie, come un chiodo piantato nel muro.