Notte bianca (una qualsiasi)

Il treno è deserto. La voce metallica tiene il conto delle stazioni. DiagonalFontanaLessepsVallcarca. Forse solo dentro la mia testa. Un ragazzo, di fronte, indossa la maglia dell’Olympique de Marseille. Parla nervosamente al telefono. Portoghese.

Ad intervalli ritmici, dal piano di sopra vengono colpi secchi. Come spari.

La stazione di Quarto Oggiaro è buia e fatiscente. Qualcuno grida, in arabo, da sotto il cavalcavia. Mi avvicino alla Saxo grigio chiaro accostata al marciapiede. Odore acre e penetrante di fumo. L’asfalto bagnato si srotola, come domopak, attraverso un pulviscolo di neon ed attraversamenti pedonali. Castorama e Banca Intesa.

Oggi una signora si è sentita male, alla stazione. Ho chiamato il 118 ed aspettato che venissero a prenderla, con l’ambulanza. L’uomo del pronto intervento mi spiegava le domande da fare. Come sta signora? (silenzio) Signora, come sta? Sono stufa. Di cosa, signora? (silenzio) Di che cosa è stufa? Della vita. Fabio sorride. Un pochino, forse, è stufo anche lui.

Imbocchiamo la Circonvallazione in direzione Lotto, con un ritardo di oltre quaranta minuti. Monte Ceneri. Fiera. Il Picana scorre piano sulla sinistra, con le sue tende giallo canarino. Viale Misurata. Piazza Bolivar. Se mi chiedessero di che colore è Milano forse risponderei arancione. La strada piega su sé stessa, dopo il ponte di ferro arrugginito. Ripa di Porta Ticinese. Ectoplasmi stillano dalle pieghe dei muri, dagli anfratti polverosi. Dalle viscere stesse della terra. Progenie del demonio. Mi distraggo e manchiamo la svolta a destra. Semaforo e rotonda: Piscine Argelati. Copro gli occhi per non vedere la sagoma beige delle case A.L.E.R., là in fondo, oltre il Centro sieroterapico.

Civico 24: non ricordo il nome. Pigiamo tutti i tasti del citofono, per non sbagliare. L’appartamento è caldo e luminoso. Fede sorride, impeccabile, con la sigaretta nell’incavo della mano. Prendo una birra gelata dal frigorifero, uno di quelli a pancia grossa, modello americano.

Sul divano siede una modella bulgara. Sembra la reclame dell’anoressia. Segna Gattuso. Forse. Gli occhiali non li porto mai. E’ rimasta una pizza con melanzane peperoni cipolle e zola. Più fredda della birra. E persino dei miei pensieri. Caffè nero imbevibile. Ho la barba lunga e sempre la stessa storia da raccontare.

In Piazza del Duomo c’è il concerto, dicono. Il concerto.

Accompagno Vanessa in banca, di fianco al Milan Point. Fra due giorni parto per l’Australia, mi guarda. Dicono che in fondo non è troppo diversa da Bologna. Non troppo. No. E poi non è mica per sempre. Piange. Gli altri aspettano davanti a Le Trottoir à la Darsena. Tutto è cambiato (nulla cambierà VERAMENTE) o forse sono io ad essere diverso (a non cambiare MAI).

Le voci e la musica si fondono assieme, in un groviglio inestricabile. Ho un disperato bisogno di uscite di sicurezza. Da me stesso.

Via Torino. Orde di Unni premono lungo i confini dell’Es. Un’intera tavolata di consulenti KPMG. Tento disperatamente di fingermi sobrio. Non voglio ferirli. Mi credono malvagio. Donato declama la trama del suo nuovo libro. Per sommi capi.

Il deflettore è polverizzato. Un sasso sul tappetino. Eran dieci anni che volevo comprarmi l’autoradio. Sorride, pallido. Conciliazione. Un’altra casa col portinaio filippino e l’ascensore di legno. Sono le sei, ma sono le sette. Silenzio, si dorme! Aquì viu gent! Parlate in italiano, ALMENO, si us plau! Chè io non vi capisco.

Sogno le donnole, mentre vengono per mangiarmi gli occhi. ITALIANOS!!! FASCISTAS!!! MALDITOS CABRONES! OS MATAREMOS A TODOS! A TODOS!!! Rosicchiano tutto, lasciando solo il bianco.

La luce filtra, prepotente, da qualche punto oltre la mia testa. Ho freddo e sono sdraiato su un tappeto (in boxer). Apro porte a casaccio alla ricerca di un cesso. Le stanze si succedono in linea retta, come in quel gioco. Filetto. Metti tre cerchi o tre croci. Sì. L’ultima è il bagno. Verde acido. Tendine, lavabo, tutto: dev’essere la casa di Janis Joplin. Qualcuno russa nella vasca.

Bottiglie, cenere e ritagli di giornale. L’invasione della pasta di mandorle.

In cucina c’è Fabio. Ho fatto il caffè, mi dice. Ha l’aria di uno che non sta troppo bene. Dovevo scendere a comperare le Winston, già che c’ero ho preso i cornetti.

Fuori c’è il sole e questa casa io non la conosco. L’assenza di te mi colpisce alla bocca dello stomaco. Come un pugno. E all’improvviso vorrei gridare e piangere e spaccare tutto. Qualcuno, di sotto, accende lo stereo: Jefferson Airplane.

Dammene uno alla crema, dai. Alza il volume ancora un poco. Finchè non resterà la puntina, saltellante, a grattarti  dritto nel solco del cuore.

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Euskal Herrian, 2006ko martxoan

Due signori anziani giocano alla pelota, per scommessa.

Il primo non ha la gamba sinistra e si regge su di una stampella, assestando colpi micidiali, angolati e precisi. L’altro non è molto bravo. Non sa attutire il colpo con il palmo e la palla, fatta di legno e cuoio, gli ha già martoriato la mano. Sulla testa indossa la txapela, da sotto la quale colano, lungo il volto, rivoli di sudore.

A lato del Jai-Alai, adagiati sui gradini, siedono altri vecchietti che seguono attentamente gli scambi, accompagnandoli con grida e fischi.

D’improvviso, il nonno mutilato lascia partire una terribile palla corta, velenosa, che tocca terra a non più di un metro dal frónton. Il tizio col cappello si lancia dal fondo del campo, con grinta, per tentare di raccogliere la smorzata. Ma è troppo lento e tra la folla di ottuagenari serpeggia un brivido di tensione.

A due metri dal muro accade l’inevitabile: le gambe malferme si incrociano, tradite dalla foga agonistica, ed i piedi perdono la presa sul cemento. La txapela vola per terra, lontano, lasciando scoperta la pelata traslucida, come una piccola boccia da bowling.

L’uomo con la stampella pare davvero dispiaciuto. Si avvicina piano all’avversario, steso a faccia in giù, facendo rumore di legno. Tic-toc.

Ora lo sfidante si è rialzato e sta cercando di tamponare le nocche ferite. Ma non possiede un fazzoletto ed il sangue cola lentamente sul terreno, dalla punta delle dita. Tic-toc, tic-toc.

Il mattatore gli è proprio di fronte, la stampella incastrata sotto al braccio, mentre tenta laboriosamente di sfilarsi la cravatta. La porge all’avversario con un gesto rude. Toma! – gli dice, in castellano.

L’altro arrossisce, confuso, ché non vorrebbe, non è proprio il caso. Son cose che capitano in una partita. Toma! Ancora. E di nuovo quel gesto, a significare: prendi! Non farti pregare.

Allora stende piano la mano incerta e tremolante di debolezza senile. Afferra la cravatta. Poi l’annoda stretta tra il pollice e l’indice, a fasciare il dorso maciullato. Eskerrik asko, bisbiglia. Grazie.

Poi si prendono sotto braccio, delicatamente, ed escono dal campo piano piano, zoppicando. Come due vecchi amanti.

Fiorirà l’aspidistra

Nevica fitto fitto ed i fiocchi si incollano all’asfalto gelato, a formare una lieve patina zuccherosa. Un autoarticolato invade la carreggiata, di traverso, come un elefante in fin di vita.

Tum-tu-tum. Quaranta gocce di Valium + bitter Campari. La Rocca si intravede appena, là dietro, oltre lo strato sottile di vapore. Tum-tu-tum. Mi tasto lentamente il petto, con la mano, alla ricerca del battito. L’acqua gorgoglia scura sotto il parapetto. Nera come il rigurgito della mia memoria. Tum-tu-tum.

Nora canta una filastrocca in Euskera, di cui non conosco le parole.

Al km 83, poco prima del borgo di Trijueque, la strada incrocia la carrozzabile per Brihuega. La terra morbida, tutt’attorno, butta manciate di crochi biancastri, piccoli ed appuntiti. Parcheggio l’automobile in uno spiazzo contornato di ciliegi. Sulla sinistra, immerse nella foschia mattutina, le rovine di quella che una volta era la Casa del Cobo.

Scolorita dal tempo, sull’intonaco, spicca una scritta nera, a caratteri cubitali: CREDERE, OBBEDIRE, COMBATTERE. Poco più in là, ettari di selva in un silenzio irreale, sino alle Fuentes de l’Alcarría.

Sorrido per un attimo, ipnotizzato, mentre mi tornano alla mente versi dimenticati: "usignoli cantano, nel sottobosco, tra le voci dei fucili e l’eco della battaglia".

Nora scende dalla macchina, infreddolita, fregandosi gli occhi col dorso delle mani. Mi tira per la manica con le manine, come fa quando qualcosa le preme molto – ¿Aquì murieron los Italianos? – sussurra piano, compìta.

Faccio segno di sì, con la testa.

Muove due passi in avanti, pensosa, poi si china ad accarezzare l’erba: ¿Tu eres italiano? Bai , rispondo, nella sua lingua. E penso che in questa terra, mescolato a quello di tutti gli altri, c’è anche un poco del mio sangue.

Penso al fucile del nonno, sotto al letto, e ad una lettera macchiata di terra: "Brigata Garibaldi – Bosco di Brihuega, quattordici di marzo dell’anno 1937".