Autoritratto

Sono nato in un posto dove le stagioni te le insegna il lago, con i suoi bronci e malumori, con le sue nebbie fitte ed il nero, profondo e viscido, delle sue interiora.
Quel che sono diventato non lo so.
Sono nato in un posto dove il tempo viene scandito dagli aereoplani in decollo, verso gli angoli di un mondo che puoi soltanto immaginare.
Quello che sono diventato lo sapete tutti.

 
Al principio della salita, c’è un dipinto di Guttuso ed il nonno diceva che d’inverno, nei giorni di sole, quando i contorni delle cose sembrano tagliati con il diamante, dalla terrazza si riesce persino a vedere il Duomo.
Da piccolo ascoltavo la messa, di domenica mattina, seduto in fondo, lontano dall’altare, per via della monaca rattrappita dentro la teca di vetro.
Oggi a messa non ci vado più.

Della scuola elementare mi ricordo i grembiuli neri, lunghi o corti, ed i fazzoletti dei Puffi, con l’orlo colorato, che la mamma infilava nella tasca posteriore dei calzoni, ogni mattina.
E la puzza, anche. Un odore stantìo di fòrmica e termosifoni, di corpi sudati e di vernice.

Alle medie mi hanno insegnato il bemolle, che altera la tonalità di un semitono discendente, ed una volta mi sono persino rotto una mano, per dare un pugno a mio cugino. Così all’ospedale ci hanno piantato un chiodo, per rimetterla diritta.
Poi, però, sono cresciuto storto io.

In collegio fumavamo sui tavoli di pietra, in pineta, davanti alla statua della Vergine Maria, e una volta le abbiamo dipinto le lacrime, alla Madonna, con l’Uniposca rosso. Ma credo che in fondo, se avesse potuto, avrebbe pianto per davvero.
Una domenica sul treno ho conosciuto Barbara, mentre tornava dalla discoteca con il trucco sfatto. Io, invece, in discoteca non ci potevo andare.

  
Sono stato a Londra e a Dublino, ad imparare la lingua, e l’unica cosa che mi hanno insegnato è che bisogna bere rapidamente, tutto d’un fiato, per fare il pieno prima che venga chiusura. L’aula 311, il Milan e le Merit gialle. Mio fratello che piange, paonazzo, dentro l’incubatrice. St. Julian’s e Gozo. Elena che scrive, tra le pagine dei libri – Studia!!! – con tre punti esclamativi. L’inverno di Milano non finisce mai.

 
Nella fotografia con il tocco, il giorno della laurea, assomiglio a mio padre e ci sono tutti quelli che mi vogliono bene. Forse qualcuno di meno.
Mia madre mi aspetta sveglia sul divano, di notte. Non bere più, che non sta bene.
Sono io che non sto bene, mamma. Sempre sul punto di vomitarmi addosso.
Le notti passate insonne ed il cielo della Grecia. Un desiderio che non si è mai avverato. Non piangere, Federica, ché davvero non è colpa tua.

Viale Umbria, d’estate e l’insegna al neon. BANG. La prima volta che ti ho vista sembravi un’andalusa. Quello si regge anche senza di te, mi hai sussurrato nell’orecchio, indicando il bancone. Portami via.
E dopo, alle nove del mattino, tu parlavi ed io bevevo vino rosso, fingendo di ascoltare, alla ricerca di una scusa per chiudermi in bagno.

 
SDA Bocconi e piadina mediterranea. Io lavoro all’Università. Un paese che non c’è ed una guerra che non ho mai capito. Ci vediamo in Porta Romana, davanti al fiorista. Genova e l’Ikurrina appesa proprio sopra al letto. Via Borsi 18. Scusami tanto Ikurrina, scusa davvero, chiudi gli occhi un attimo solo.

Saragozza, Vitoria, Bilbao, Donosti, Biarritz, Madrid e Barcellona. Dormo ancora con la maglia del Racing. Il giorno in cui sono partito e quello in cui sei tornata. Aitor e Monica, Jon e Maria, Naiara ed Egoitz.  L’unico nome che non so scrivere è quello che mi manca di più.

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Storie della guerra di Spagna

– Mikel Aritzmendi fuma una sigaretta dietro l’altra e scruta attentamente da oltre la cortina di fumo, con occhi di un colore che non saprei dire. Mitxino, lo chiamano, Il gattino. Forse per via di quel modo di sorridere obliquo, tutto di sopracciglia. La Spagna esiste solo nei sussidiari, tossisce, o nei libri di quello scrittore americano, com’è che si chiamava? Hemingway, suggerisco. Hemingway, sì. Vatti a fidare di uno che la politica l’ha imparata ai tavolini di Chicote. Gilipollas, sbuffa, accompagnando la parolaccia con un gesto della mano. Però lui almeno questo paese lo amava, obietto. No, lui amava soltanto un’idea, di quelle preconfezionate, per turisti anglosassoni. Forse, concedo. Però, anche con il suo idealismo da cinematografo, le bombe non gli sono mai piaciute. Mikel mi guarda, serio, e gli occhi sono diventati fessure bluastre. Ora di anni ne dimostra mille. Se pensi davvero che sia così semplice perché non ci vieni tu a risolvere i problemi? –

Jordi si è svegliato contento.

Di solito il suono della sveglia non gli piace, così lui infila la testa sotto il cuscino, per non sentirlo, finché la mamma non arriva a rivoltargli le coperte, di scatto, come quel mago che hanno visto insieme, una volta, al teatrino della Plaça del Sol. Poi, mentre Jordi scalcia in mutande sul materasso, lei socchiude un filo la veneziana, quel tanto che basta al freddo pungente del mattino per filtrare attraverso la stanza, a caccia degli ultimi rimasugli di torpore notturno.

Oggi, però, Jordi si è svegliato contento.

Sarà per la bocca sdentata della maestra, che ormai è soltanto un vago ricordo, oppure per il blu cobalto che spinge, insistente, da dietro il vetro coperto di ditate. O forse (è più probabile) sarà perché oggi è un giorno speciale.

Molto speciale, sì.

Perché la mamma gli ha promesso che lo porterà al centro commerciale ed a lui l’Hipercor piace da morire, con tutte quelle insegne luminose e gli scaffali traboccanti di scatolette, caramelle e bibite colorate. Ma più di tutto gli piace aiutare la mamma a far la spesa. Magari potrà persino spingere il carrello, visto che ora è grande e dentro al seggiolino non ci sta più.

Fino ad Avenida Meridiana ci si arriva con la linea gialla, Marina, e poi sono solo quattro passi a piedi, lungo il corso, in direzione di Piazza delle Glorie catalane.

Oggi però la mamma ha deciso di prendere l’automobile, e Jordi guarda le persone camminare sul marciapiede, con il naso schiacciato contro il finestrino. Gli piace inventare storie sulla gente. Su quel signore lì, ad esempio, con la giacca a righe, oppure sulla bambina con le trecce, laggiù, appoggiata alla cabina telefonica. Di sicuro si chiama Marta. E’ un bel nome Marta, per una bambina così carina.

Il parcheggio dell’ipermercato è stato costruito sotto terra e per arrivarci bisogna percorrere uno scivolo di cemento, ripido ripido. Dritto nella pancia della balena, pensa Jordi. Proprio all’imboccatura c’è un piccolo dosso di cemento sopra il quale le macchine passano troppo velocemente, sprizzando scintille da sotto il paraurti. La mamma, poi, dimentica sempre il numero del riquadro, così una volta ci è voluta un’ora prima che ritrovassero la vecchia Opel bianca, nascosta dietro una delle colonne portanti.

Tutti quanti transitano dalle porte automatiche a testa bassa, in un via vai frenetico di cestelli e borse di plastica. Jordi cammina veloce tenendo per mano la mamma, nel pugno, stretta, una monetina da 5 pesetas.

L’esplosione è vento caldo che fonde il metallo e sbriciola il cemento, soffiando alla velocità di 6000 metri al secondo. Settanta chilogrammi di Titadyn 30 AG, in cilindri affusolati color salmone, del diametro di 120 millimetri.

Come piccoli vetrini nel caleidoscopio.

– Oggi è un giorno speciale. Sarà per l’odore della Bouganville, sul balcone, oppure per via della primavera che bussa dall’altra parte del muro. O forse perché Mikel Aritzmendi,  ventinove anni e una condanna all’ergastolo,  si è impiccato, nel pomeriggio, presso la casa circondariale di Salamanca. L’hanno trovato in mutande, dentro le docce del blocco V, appeso come un prosciutto dietro al bancone di Chicote. Così, leggendo il giornale, mi sono ricordato di un pomeriggio di sole, a Milano, e di quel ragazzo che non aveva mai visto un tram. Se ne stava lì, a bocca aperta, guardandolo sferragliare lungo la rotaia. Puoi salirci, se ti va. Ma lui aggrottava le sopracciglia ed il sorriso, là dietro, avresti potuto appena indovinarlo. Pensi davvero che sia così semplice? –