¡Arriba España!

A dieci anni ho letto la Divina Commedia, in una versione arrangiata, per piccoli. Mi piaceva l’Inferno, soprattutto, e i diavoli di Malebolge: Malacoda, Scarmiglione, Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Barbariccia, Libicocco, Draghignazzo, Ciriatto, Graffiacane, Farfarello e Rubicante.

Al tavolo d’angolo siedono tre ragazzi coperti di tatuaggi. Americani. Sorseggio piano il caffè zuccherato, con una smorfia di disgusto.
Sulla piazza montano las txosnas per la festa di domani. In fondo due bambini giocano a rincorrersi, uno è vestito da Arlecchino (Paulo).

Verrano musicisti persino dalla Svezia, sussurra il cameriere, con l’aria di chi la sa lunga. Sorrido e guardo il sole, dritto in fronte, strizzando gli occhi fino a farli lacrimare (dordoka ni naiz). Dalla Svezia, ripeto lentamente. E d’un tratto ho bisogno di un luogo più semplice (geometrico) di questo.

Oggi è giorno di mercato, mi sorprendo a pensare.

 
Interno notte, o forse esterno, non so. La sinistra, nell’angolo, mostra il palmo con la linea della vita spezzata. La destra stringe l’elsa della spada e dal troncone germoglia una viola.

D’improvviso il cielo si è fatto scuro ed il cameriere porta una candela.

La pica acuminata trafigge il busto del cavallo, al centro, ed il tuono ha la voce dei bombardieri Heinkel. Piove fosforo su le tue ciglia nere, sì che par che tu pianga, ma di piacere.

Poi la terra ricomincia a girare e la mia faccia esplode in un turbinio di coriandoli e stelle filanti.

Attendo seduto sulle piastrelle del bagno perché le mie ombre non hanno fretta. Attendo in silenzio tra gli asciugamani perché, dopotutto, molto meglio un inferno qualunque.

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Dove finisce La Ribera

Dove finisce La Ribera, proprio dietro Santa Maria del Mar, c’è una fiammella che non smette mai di bruciare, piova, nevichi o tiri vento.

Un tempo qui crescevano i rovi, che in catalano si chiamano moreres, quindi per tutti questo è il Fossar de les moreres. Sotto la fiammella ci hanno messo i morti, dicono. Più di tremila in meno di venti metri quadrati. Gli altri sono seppelliti al Montjuïc, dove c’era la cava di granito.

Oggi fino alla cima si arriva con la funicolare, da Paral-lel, oppure con la teleferica che parte dalla Torre St. Sebastià. Prima, invece, bisognava salirci a piedi, dal mare, oppure dalla scalinata del Museu Nacional d’Art de Catalunya.

Per questo nel gergo della guerra civile dar un paseo significa giustiziare.

A volte mi capita di passare pomeriggi interi affondato nel divano, a guardare i cartoni animati su TV3, oppure una trasmissione di dediche, con il presentatore che è proprio uguale a Method Man (cagato e sputato, avrebbe detto mia nonna).

Ogni tanto fisso semplicemente la parete verde acido, senza pensare a nulla. A volte mi capita.

Ci sono altri giorni in cui mi piace camminare o prendere la metropolitana, senza una meta precisa, solo per imparare il nome delle paradas. Ed anche stare seduto al Parc Guell, sulla terrazza, per sentire gli italiani parlare, o al museo Picasso, nella sala de Las Meninas, a studiare il ritratto (nero) dell’Infanta Margherita.

Poi sono abitudinario. Così abitudinario che se qualcuno volesse spararmi (faccio per dire) non dovrebbe faticare granché. Perché mi affeziono ai luoghi ed ai volti senza motivo.

Spesso torno a Sants, in stazione, che è la prima cosa che ho visto quando sono arrivato qui. E se mi viene voglia di bere una birra vado sempre nello stesso bar, in Carrer del Born. Per via del proprietario, con la sua faccia larga.

Continua a borbottare in portoghese ed io non ho idea di che cazzo dica, davvero. Però sorrido, in maniera convincente, perché mi pare di sentirmi a casa.

Donna e cavaliere (la donna prima)

Dodici acini d’uva, uno per ogni rintocco.

Scalo marcia prima del tornante, mentre trattengo il fiato. Perché Margherita vive dall’altra parte del bosco e dietro la curva potrebbe aspettarmi il Lupo.

A sedici anni andavamo alla Luna.

Portami alla Luna, diceva, quando voleva fare l’amore. E bisognava camminare un po’, tra i campi, con l’odore d’erba bagnata ed i cespugli di sambuco.

Poi socchiudeva la bocca, solo un poco: parla. E dovevo inventarmi delle storie, come si fa con i bambini piccoli.

Jenny Dentiverdi, che vive sul fondo dello stagno ed afferra le caviglie dei passanti. Ma solo quelle con i calzini bianchi. Ed il Re Serpente che nasce ogni mattina da un uovo di alabastro. Del caprimulgo. E di quella volta che Dio ha impastato la donna con farina e due gocce di pioggia.

A volte decidevo di cambiare il nome ai personaggi. Allora mi guardava spazientita, come a dire non è così, mi imbrogli.

E domande. Quanti chicchi ha una spiga? Però mai che conoscessi la risposta. Uno oppure mille.

Sgranava gli occhi. Mille.