Per mangiare il tuo cuore nella casa nel bosco di rose

Tieni un piccolo quadrifoglio nella federa del cuscino, perché non vengano di notte ad intrecciarti i capelli.

Come spifferi d’aria fredda, scivolano silenziose dentro le case e cambiano i bambini nella culla. Ogni tanto anche il cuore delle persone.

Il tuo l’hanno rubato a maggio, approfittando della mia distrazione.

Aveva piovuto da poco e c’era profumo di terra, di basilico e petali di rosa. Così sono uscito sul balcone, solo un attimo, per fumare una sigaretta.

Ricordo lo scatto dell’accendino e di avere alzato gli occhi, d’un tratto, in direzione del mare.

Ed il cielo grondava sangue e pezzi di materia cerebrale da uno squarcio slabbrato, proprio lì, in mezzo alle nuvole.

Allora sono rientrato di corsa, gridando, ché qualcuno aveva sparato al cielo.

Ti ho trovata immobile, davanti allo specchio grande della camera da letto, la bocca increspata in un sorriso strano, duro, come un piccolo bocciolo di quarzo  ed ametista.

E’ solo un tramonto, hai detto, senza neppure voltarti, lo guarderò domani.

Allora ho capito che erano venute.

Ed ho pregato. Ho pregato perché te lo restituissero. Perché prendessero il mio, in cambio.

L’ultima volta che ho espresso un desiderio era l’estate di cinque anni fa. Ho chiuso gli occhi e soffiato forte, mentre dicevo la formula magica.

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Hanno ammazzato Kenny (brutti bastardi)

Dal terrazzo si vede la Gran Plaça, con le sue piastrelline luccicanti.

Incastonato in una vecchia sedia a dondolo, saluto con la mano i turisti affacciati. Quasi certamente italiani.

Lo scarico si aziona con una catenella che penzola dal soffitto. L’idea mi folgora mentre tento di fare pipì nella vasca da bagno.

Senti senti senti (grida lei dalla tromba delle scale) mi stavo quasi dimenticando: niente acqua fredda, aspettiamo l’idraulico. Da tre anni. Così, nell’attesa, ho iniziato a lavarmi i denti con quella calda.

In cucina vive il mostro mangiabirre, tutto coperto di fotografie. Paula-ride, Paula-dorme, Paula-mangia.

Sex makes me hungry.

Lei ascolta i Pixies e lavora in una banca d’immagini.

E poi c’era una volta un bambino biondo che aveva sei anni. E poi diciotto e poi mille. E quel bambino biondo, l’altra sera, mi ha detto mi sposo, guardandomi negli occhi. Proprio così ha detto.

E poi c’ero una volta io. Io che ho sempre trovato la parola giusta. Ma l’altra sera la parola giusta proprio non sapevo trovarla. Perciò ho detto sono contento. Proprio così ho detto.

E poi c’era una volta una ragazza francese. E la ragazza francese mi ha rubato l’orologio.

E poi c’era una volta stasera. E stasera il telefono squillava, proprio qui, dentro la mia testa. Ed era la ragazza francese. E la ragazza francese mi ha detto ho preso il tuo orologio. Proprio così ha detto.

E poi c’ero una volta io. Io che biondo non sono più. E’ tempo che tu me lo restituisca. Proprio così ho detto.

Oui, c’est ainsi. Proprio così.

Quod centum datum, mille restituere oportet

Aria immobile di tardo pomeriggio.

La bruja, nel letto a fianco, agita un grosso ventaglio di pizzo. Unghie laccate di rosso. Tossisce nervosamente e cantilena in un dialetto incomprensibile.

Catalan? Mi domanda, con voce rotta. Italiano, le spiego. Pare non afferrare il concetto. E di’ un po’, ne avete di toreri famosi, laggiù? Scuoto il capo, senza insistere. Meglio così, sentenzia. Per vent’anni m’è toccato inseguirlo su e giù per la Spagna.

Estrae dal comodino una fotografia sgualcita. Lo sai tu cosa vuol dire essere la donna di un matador? Socchiude gli occhi e le rughe le dipingono un brutto segno sulla fronte, come una ferita scura. No, che non lo sai. Non sai niente, tu. Sei poco più che un ragazzo (chaval è la parola che usa, bambino).

Tace, come a voler soppesare le parole. Vedi, il segreto sta tutto in un piccolo rombo di pelle, tra la base del cranio e le prime tre vertebre. È lì che bisogna affondare la lama per arrivare al cuore. Mi ritraggo, d’istinto, al contatto con le sue mani fredde. Pare divertita. Verrà un giorno in cui la morte non ti farà più ribrezzo. S’interrompe. Per questo sei venuto, vero? Indica l’aquila nera disegnata sul mio avambraccio.

A. sospira leggermente, nel sonno, i capelli sparsi sulla federa del cuscino. La vecchia si fa seria, d’un tratto. Per LEI. La voce diventa un sussurro. Annuisco. Che Dio ti aiuti, bambino.

Un tuono, qualche goccia solitaria. Profumo d’asfalto bagnato. Mi alzo per sbarrare il passo all’estate che avanza, inesorabile, da quel metro quadrato di mondo.

No, amama. Non sarà Dio ad avere pietà di noi.