Nel lago di Monate ci vivono le aragoste (io lo so perché le ho viste)

Fa freddo qui. Così tanto che debbono tenerci in piedi a colpi di Palinka.

La doccia sta in un container isolato, a duecento metri dalle baracche. Di mattina, con il vento e la neve, mi sento Mario Rigoni Stern.

Pazi snajper! Rido, al pensiero, e corro, per paura di morire in boxer ed accappatoio.

Di notte non riesco a dormire: ascolto il borbottio cupo della terra che trema, amplificato dalle lamiere.

Sergentmagiù, ghe ‘rivarem a baita? Forse. Ma chissà se ne valeva la pena.

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Dove vanno le nostre storie quando le raccontiamo.

Voglio una vita colorata, come una bolla di sapone. Dicevi. Ed io sorridevo senza capire.

Del resto non ho capito quasi mai.

Poi quella frase mi è tornata in mente un pomeriggio di novembre, mentre ti mettevano sotto terra.

Ed io me ne stavo lì, con l’impermeabile beige e la cravatta zuppa di pioggia; l’acqua che colava dai capelli, giù, giù, lungo il mento e dentro il colletto della camicia.

Senza riuscire a pensare ad altro che alle bolle di sapone.

A quando (da bambino) me ne stavo in terrazza, con in mano uno di quei cilindretti colorati, soffiando piano, in modo che uscissero grandi e perfette dal cerchiolino zigrinato.

Certe scoppiavano a pochi centimetri dal naso, impiastricciandomi la faccia.

Ma poi ce n’erano altre (davvero coraggiose) che salivano e salivano, quasi a voler sfidare il sole. E mi piaceva guardarle arrampicarsi in mezzo al blu, sempre più lontane, fino a perderle di vista.

Allora, ragionavo, qualcuna di loro, a furia di salire, sarebbe arrivata (prima o poi) in Paradiso e (forse), tutta luccicante di riflessi dorati, avrebbe strappato un sorriso  persino a Dio.

Ieri, guardando il cielo, da oltre le nuvole mi è parso di sentire il tintinnio di mille voci in Una.

(come l’eco di una risata)

Proxima estaciò: Diagonal.

Gasteiz.

Nora ha un mare di riccioli d’oro e vuole la mia valigia. In cambio di un coniglio di pezza. Mi serve per andare a Lisboa, dai nonni, mi sussurra all’orecchio.

Hospital de Bellvitge.

A. singhiozza di nascosto, oltre il vetro appannato. Inclina la testa da un lato, perché nessuno la veda, ma io non ho bisogno di guardarla per sapere che sta piangendo.

Estaciò del Norte.

Abdel sorride, mostrando i pochi denti rimasti. A Ceuta c’è un muro bianco. Grande, mi dice, nel suo francese bastardo. Alto, lo correggo. Annuisce. E quelli sparano, indica con un cenno della testa. Non come voi italiani. No. No, davvero.

Girona.

L’uomo seduto al tavolo d’angolo mi fissa con intenzione, la Gauloise che pende dal labbro, in piega innaturale.

Mille anni fa. O forse soltanto ieri.