Para recordarnos que Dylan se enamorò en Durango.

Oggi non esiste un nome per il colore del cielo.

I jet planano pericolosamente verso il mare; sembra quasi che vogliano rinfrescarsi le ali. Ogni volta giuro a me stesso che sarà l’ultima.

Zena è irriconoscibile, vestita d’acciaio e di piume. In attesa che il mondo cambi per sempre.

L’asfalto è ancora bollente dei baci di questo luglio inoltrato.

Fermin Muguruza si dimena sul palco, incarnazione terrena del Dio Ares. E tutto intorno una pianura di teste e braccia in movimento.

Io solo, fra migliaia, so di che cosa sta parlando. Odore acre di corpi misto a vaniglia e Green

Hemen izango bazina,
ez nuke besteen beharrik izango.

Stille di sudore colano metodicamente, lungo la schiena, seguendo percorsi ben collaudati. Studio attentamente gli arabeschi delle mie mani: fendono l’aria al rallentatore. Miriadi di fotogrammi in sequenza, come in quadro futurista. Dinamismo + luce.

Hemen izango bazina,
ez nuke lelokeriarik esango.

Cado in ginocchio, cercando di difendere le mie parole ché, almeno quelle, nessuno deve toccarle.

Hemen izango bazina, 
ez nuke mozorrorik beharko.

Occhi ben chiusi. Sigillati. L’aria, per via della naturale sua ripugnanza nei confronti del vuoto, tende ad impedirne la formazione con la propria vis expansiva.  Sono certo che se li aprissi, in questo momento, l’universo intero si trasformerebbe in una terrificante scultura di sale. Al tre. Uno, due, tre.

Hemen izango bazina,
ez nuke amesgaiztorik izango
.

Sull’orlo del precipizio, lo sguardo al deserto, non avrei paura di spiccare l’ultimo salto. Ed affronterei la carezza dell’aria, a braccia aperte, senza più timori, sino alla fine della corsa.

Se tu fossi qui.

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Atto III: di quando ho messo le ali ed altre amenità.

A Castelletto, a ridosso dell’Orto Botanico e della Facoltà di Scienze Naturali, c’è un parchettino. Un giardinetto da niente. Con l’aiuola tutta spelacchiata ed una sola panchina, in pietra dura, del tipo che a sedertici su, d’inverno, ti si congela il sedere.

Nei giorni di sole, ad avere gli occhi buoni, da qui si vede tutta la città. Principe, là sotto, il porto vecchio, con l’Acquario e i Magazzini del Cotone. E poi finalmente, dietro la litoranea, il mare. Tutto punteggiato di petroliere in transito.

Sulla destra un catafalco di metallo, forse un contatore del gas, coperto di scritte a pennarello. Samp merda e Marco ti amo. Perché tutti qui ci vengono a limonare di nascosto. Tanto macchine non ne passan mai.

Proseguendo ancora un poco, dopo la svolta a sinistra, si imbocca Corso Dogali. Ripido e stretto. Che a chiamarlo corso, oggi che di strade ne ho percorse tante, mi viene quasi da ridere.

Al n° 19, ci si imbatte in un condominio uguale a mille altri, rosso e scrostato. Di quelli che odorano di fritto, di bucato e pentole, già dalla mattina presto.

Dentro, Piano Terra, Interno 4, un appartamento senza nome. Di quelli che rimbombano di palloni, di urla e di bambini. O di telegiornale e Domenica Sportiva.

Oltre la porta verniciata di grigio, tutta ammaccata, una stanzetta. Con il letto dell’Ikea, qualche mensola ed una scrivania troppo piccola. Proprio come tante.

Les temps changent.

Poi una mattina, all’improvviso, sotto un’insistente pioggerella d’autunno, ti accorgi di assomigliare più ad un professore che a uno studente.

"Scusi, Signore, mi fa accendere?". Ti giri, di riflesso, ma non c’è nessuno. "Ha un accendino?". Tasti il giaccone, sorpreso, con il solito gesto automatico. Allora ricordi. "No, mi dispiace, non fumo".

E non capisci quando tutto è cominciato.

Atto II: et excrucior.

El Peine del viento. Così lo chiamano. Perchè il Maestrale ci passa attraverso di sfuggita, lisciandosi la chioma, prima di intraprendere il suo lungo viaggio sopra gli altopiani, in direzione del Grande Blu.

Proprio qui, dove comincia la terraferma, l’Oceano ha posato tre piccole figlie, blandite incessantemente dalla risacca: Hondarreta, Kontxa e Gros. E torna a riprendersele ogni anno, alle prime avvisaglie di freddo, perché riposino tra le sue braccia nerborute  sino all’avvento della nuova stagione.

L’Universidad de Deusto sorge poco discosta dal centro, sulla sponda destra dell’Urumea, con i piccoli padiglioni esagonali stretti attorno alla chiesa di San Miguel. Qui ho passato cinque anni della mia vita. Uno in collegio, presso la Congregazione Marianista, gli altri quattro in Anoeta Pasealekua, proprio a fianco dello Stadio Nuovo.

Odore di reti stese ad asciugare e di pane fresco, la mattina. Il poteo per i bar del Casco Viejo e le tavole da surf.

L’alba mi sorprende alle spalle, anemica, di fronte alla sagoma intermittente di Santa Clara, appena appena visibile attraverso la foschia invernale. Serrande abbassate lungo il Boulevard.

Sirene in lontananza. Ertzaintza. Scherzi della memoria.

Imanol askatu. Puzza di benzina sulla dita e palloncini gonfi di vernice rossa. Il colore della vergogna. Rosso come il nostro sangue, verde come il diritto negato, bianco come la Fede. Quella che abbiamo perduto.

Il CS corrode la gola, morde le congiuntive, penetra maligno ad inondare i polmoni. Gli altoparlanti intimano ossessivamente di abbandonare la zona, mentre il fuoco divora i primi cassonetti. Stella a cinque punte: jo ta ke, irabazi arte. L’aquila nera legata al polso.

Anfibi battono l’asfalto al ritmo scandito dai manganelli sugli scudi antisommossa.

Corro senza voltarmi, in mezzo alla bufera, mentre chicchi di grandine piovono ad altezza uomo. Scavalco maschere di sangue senza nome. Lacrime amare mi rigano il volto, per il mondo che è stato. Per quello che verrà