Intermezzo: riflessioni invernali da spiaggia.

Se mi domandassero che cosa mi manca di più di casa mia risponderei il mare. Il che è davvero strano, perché dove sono cresciuta io il mare è soltanto un’intuizione, oltre il verde delle colline.

Forse per questo ho amato così tanto Genova.

Quando morirò voglio che le mie ceneri vengano restituite al vento, sulla cresta di Kurtzebarri, proprio dal punto in cui la pietra si getta a capofitto tra le braccia del cielo.

Volteggerò per un attimo, indecisa, sopra lo specchio increspato di Urkulu, sopraffatta dall’incanto della mia nuova eternità.

Solo un istante, prima di abbandonarmi per sempre al ventre morbido e caldo della mia terra, per troppo tempo amata e fuggita, a lungo rimpianta ed odiata.

Allora, finalmente, sarò soltanto erba fresca e gocce di rugiada: Intz, come la figlia che non ho mai avuto.

 

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Atto I: A la calle!

Oggi ho aperto gli occhi ed era buio.

Detesto svegliarmi in maniera frettolosa. Vorrei rimanere raggomitolata sotto le lenzuola, nel dormiveglia, con la tazza a forma di giraffa ad attendermi fumante sul bancone della cucina. 

Ogni mattina l’appuntamento è alle 6.30 precise, in Basabe Kalea, proprio di fronte alla Società. Di solito sono la prima a svoltare l’angolo. Le altre compaiono più tardi, alla spicciolata, sempre nello stesso ordine. Prima  Naiara (che è la mia preferita), poi Maider e Txintxu. Monika arriva per ultima, con l’aria stravolta. Da quando il suo papà non c’è più deve lavorare alla Berri Taberna, di sera, per potersi pagare la retta.

Il mio Liceo è stato costruito giusto ai piedi della montagna e dista dal centro di Aretxabaleta all’incirca sei chilometri.  Sei chilometri all’alba e sei chilometri al tramonto, perché qui non ci sono autobus, nè treni. Solo i nostri piedi.

D’estate mi piace camminare. Naiara ed io cantiamo, alle volte, quando non bisogna ripassare la lezione: Reincidentes, Su ta Gar, Estremoduro, oppure qualcosa di inventato, così, per ridere.

Durante la stagione invernale, invece, è un vero supplizio, specialmente quando nevica. La strada diventa una trappola e si corre il rischio di scivolare ad ogni passo. Specialmente io, che cammino come un orso polare; Naia invece anche sul ghiaccio sembra una ballerina.

In classe siamo venticinque in tutto. Dalla settimana scorsa ventitre: Asier e Josu non verranno più. Miren mi ha raccontato quel che è successo venerdì notte, proprio davanti casa sua. Dice che Josu ha perduto una mano e la vista. Lo porteranno a Salamanca, in l’elicottero, appena dimesso dall’ospedale. Di Asier è rimasto soltanto l’orologio, immobile per sempre al minuto 34. Dice che ci sarà uno sciopero. E manifestazioni ad Hernani, Arrasate e Donosti.

Kale borroka. Come ieri. Come sempre.

Oggi, 2 agosto 1994, ho aperto gli occhi e la terra tremava.

Poi, d’un tratto, tutte le finestre sono andate in frantumi, polvere di cristallo, sotto la sferza di una mano invisibile. Ho sentito mamma gridare, di là, nella camera da letto. Mi sono alzata in fretta, stando bene attenta a non ferirmi con le schegge di vetro. Il salotto grande era invaso da un fumo nero e denso. Tutto intorno caldo e puzza di polvere da sparo.

So riconoscere l’odore di una bomba, quando lo sento.

 In cucina ho trovato mamma che piangeva, con i capelli sciolti sulle spalle. L’ho presa per la mano, dolcemente, accompagnandola lungo le scale.

Good morning, Babilonia.

 Mi chiamo A., ho sedici anni e vivo in una zona di guerra.

Prologo

Mi chiamo A. (che poi vuol dire rondine) e sono nata tra queste montagne. Il 2 agosto del 1978. Oggi compio undici anni. Però non ho ancora imparato a volare.

Il posto dove vivo io si chiama Aretxabaleta e in tutto conta cinquemila anime. Ammesso che anche le capre ed i sassi ne possiedano una. A me piace credere di sì.

Il mio papà si chiama Josè Antonio. Veramente lui avrebbe dovuto chiamarsi Gaizka, come il fratello del nonno. Quello che è morto a Gernika. Sotto le bombe. Nel 1942, però, c’era la Falange e c’era Franco e i nomi baschi erano proibiti; quindi il nonno e la nonna, benché fossero dei patrioti (me l’ha spiegato la maestra, che cosa vuol dire), si sono dovuti accontentare. Anche la mia lingua, a quel tempo, era illegale. Nessuno poteva utilizzarla, nè a casa, nè a scuola e neppure in negozio. Per questo papà parla solo spagnolo (a dire la verità lui compra sempre Egunkaria, che un giornale tutto scritto in Euskera, così poi mi tocca aiutarlo a leggere).

La mia mamma è bellissima. Porta il nome di una Madonna: Olaz. Lei è nata a Burgos, in Spagna. Non molto lontano da qui. E’ arrivata in Euskadi giovanissima, perché a casa sua di lavoro neppure l’ombra. Qui invece di lavoro ce n’è fin troppo (lo dice sempre il papà), però gli spagnoli non sono i benvenuti. Per questo la mamma ha dovuto andare a scuola per tanti anni. Ad imparare il basco.

Quando sono nata io la mamma ha rischiato di morire ed è stata per molto tempo in ospedale. Dopo quella volta i dottori hanno detto che non poteva più avere bambini. Ha pianto tanto. Ogni tanto, quando ci penso, viene da piangere anche a me, perché un fratellino come quello di Maider mi sarebbe piaciuto.

A cinque anni i miei genitori mi hanno iscritto alla scuola di Stato. Il papà pensava che all’Ikastola, dove si insegna soltanto l’Euskera, avrei fatto fatica. Perché a casa mia si parla soltanto spagnolo.

Però alla scuola Statale non ci volevo andare. Perché gli altri bambini, in cortile, hanno iniziato a chiamarmi Espanolen morroia e a prendermi in giro. Soprattutto per via delle gambe. Infatti io sono nata con una piccola malformazione e fino all’età di otto anni ho dovuto portare delle grucce che non mi permettevano di correre. Ma tanto di correre non ho mai avuto bisogno; ho imparato in fretta a difendermi. E nessuno è mai riuscito a tirarmi le trecce.

Comunque io mica ci volevo rimanere, alla scuola, intendo. Così facevo finta di non capire e me me stavo zitta, nel banco, quando mi interrogavano. Sicché, a metà dell’anno, il Preside ha chiamato il papà e la mamma e insieme hanno deciso di trasferirmi all’Ikastola, assieme a Monika e Naiara.

Papà ride sempre quando lo racconta. Dice che ho la testa dura e che da grande farò la politica.

Sì,perché quella sera lì io non volevo neppure uscire

Sants Estaciò. Ci sono quaranta gradi e la vecchia valigia sembra pesantissima. Una lunga fascia verde fluorescente ne assicura la chiusura. Debbo ricordarmi di restituirla alla zia Luisa, appena arrivato. Attendo in maniche di camicia, sotto il sole di mezzogiorno. Manifesto dell’italianità.

Bordello. Corpi e musica e liquido caldo e musica e corpi e liquido caldo. Nero tutto intorno. Stringo il legno, con le unghie, mentre fuori la tempesta infuria. Se per caso cadesse il mondo. Nel dubbio meglio ordinare da bere.

Non ricordo più con chi sono venuto. Caterina, ecco. Mi parla di diritto e master e scuole svizzere e M&E. Cerco di concentrarmi.  E quindi a casa noi si usa solo il fiammingo. Sento piano piano colarmi la faccia, di sotto i capelli. Con Jacque, Pierre e gli altri amici, invece, si parla verlaine. Che poi sarebbe il dialetto dei quartieri algerini. Come ne L’Odio-o. L’hai mai visto tu L’Odio-o?

Imploro una morte rapida ed indolore. Per te. Forse solo rapida. Ti sei mai fatto di crack? E Che non lo sai? Ti sei mai fatto di crack? E che non lo sai? No. Lenta. Lentissima. E molto dolorosa. I-m-p-a-g-a-b-i-l-e.  Te lo faccio vedere io L’ODIO. Quello vero. Dammi solo un minuto, un soffio di fiato, un attimo ancora.

Siamo arrivati pressati come sardine,  sette in una sola automobile. La mia, tanto per cambiare. Stronzimmigratifintomilanesi. La prossima volta portatevi pure il carro, dentro le borse di plastica. Hippie! Ecco. Ma io lo dissi a Pauline, ti ho parlato di Pauline, vero? Scusa scusa scusa, ti prego, un Cuba Libre. La barista radical-lesbo-pride versa Cazzo-Cola da una bottiglia di plastica da 2,5 l. Giusto dentro i miei tre quarti di ron. Me lo puoi shakerare (Oh Dio, no, sono proprio io quello che ha sillabato "shakerare" sì sì), per favore? Mi guarda di traverso. Infila l’indice tatuato nel bicchiere. Agita. Grazie.

Bottiglie da 2,5 l. Come quelle che comprava la nonna. A dire il vero una volta le facevano di vetro. Chissà come sta la nonna. Così io scelsi la Sorbona, ché, si sa, Parigi è Parigi. Un’intero manuale di psichiatria clinica targato Cavalli. Fuggire sì, ma dove, za za.

Sicché mamma mi consigliò una tesi sulle influenze celtiche nelle danze unghere…Caterina, scusa. Caroline. Caterina. Caroline. Ecco, sì, appunto. Devo dirti una cosa. Ma certo-o, del resto  io a-d-o-r-o sentirti parlare, lo confessai proprio ieri l’altro a Mathieu, conosci Ma… Caterina. Sì-ì?

V-A-F-F-A-N-C-U-L-O!

Txanpon baten truke

Dalla terrazza percorro con lo sguardo la linea dell’orizzonte, nel tiepido languore di questo qualunque pomeriggio d’agosto.

L’Anarchitetto ed il suo Far West.

Ad intervalli ritmici una voce gracchiante ricorda che, dal 24/8 al 15/9, il servizio treni sulla linea 5 verrà sospeso per lavori di manutenzione lungo il tratto DiagonalHospital de Sant Pau.

Giusto il tempo per una birra veloce.

Ciondolo dolcemente verso il mare cullato dalla folla. Ubriaco di stanchezza.

Un’altra sosta, per bere di nuovo, proprio di fronte all’edificio del World Trade Center.

Sotto la Rambla de Mar, centinaia di pesci nuotano in tondo, nell’acqua putrida del porto. Pare non attendano altro che un cedimento strutturale.

Oltre Montjuic decollano lenti i charter, uno ogni trenta secondi. Provo ad immaginare quanti desideri, quanti dolori, chiusi in una scatola di metallo. Chissà se tutte le vite sono strane come la mia.

Attraverso il Maremagnum semideserto. Poi il cinema e l’Acquario. Mondo da cartolina.

Eppure Barceloneta puzza di pesce marcio, nonostante i suoi ristoranti da ipoteca. Ti amo eppure ti odio, ancora una volta.

Vado via, ma tornerò.

In pegno ti lascio il mio sogno. L’ultimo rimasto.