Popolo senza cultura (il calimocho non è bipartisan)

Percorro gli scogli acuminati a folle velocità, saltando le coppiette con disinvoltura. Mi gira la testa. Anzi no, è il mondo che evapora tutto intorno a me. Quello lì che annaspa nella sabbia, a quattro zampe, è mio fratello.

Lo diceva anche Hobbes: Homo homini luppolo.

A cosa serve l’acqua? Per diluirlo. Bukowski lo beveva puro. Tu non sei Bukowski. Cerca di non ricordarmelo troppo spesso.

Il mio cuore è sepolto qui, da qualche parte, tra Lerici e Cinquale. Due ore e non hai pescato nemmeno un branzino. Scusa, perché si fa la coda fuori, se dentro non c’è nessuno?

Una bambina bionda toglie le zecche al cane, la nonna che la fissa – sei buona come il pane – la nonna della zecca non è convinta affatto, il cane punta tutto sull’uso dell’olfatto.

Se ci fosse ancora tuo padre le cose andrebbero diversamente. Soprattutto per me.

Volta la carta e viene la guerra.

Che poi, detto fra noi, chi cazzo l’ha mai capito cosa voleva dire Montale?

Tendenzialmente allevo conigli. Quelli neri però mica vengon su bene. Indisciplinati, ecco. La cuenta, por favor. In tutto sono 400 Euro. E senza l’argenteria?

Come quella volta che è esplosa la Montedison e siam scappati tutti a Torre del Lago. Certo che quel Gardini l’era propi un bel òm. Educato, poi. Vorresti farmi credere che la Nannini è lesbica? Ora che mi viene in mente, non ho fatto testamento.

Il tuo viso mi è familiare. Dove ti ho già vista? Ti ho servito un Cuba Libre esattamente cinque minuti fa. Lo dicevo. Ho una memoria fotografica, io. Sicché saresti di Firenze? No, Kiev.

Ringo lancia magliette di Radio 105. Ma dico, lo sapranno almeno chi era Alberto Camerini? Uno screwdriver, prego. Vodka e succo d’arancia, sì. Amena informacion gratuita…dice che va ad un matrimonio. Dov’è che si trova di preciso, Pau?

C’è tutta una simbologia subliminale. Come nel fotogramma in cui lui vorrebbe infilzare Van Guld e gli spiriti del Corsaro Verde e del Corsaro Rosso gli parano le stoccate.

Scusa, non è che per caso sei Rocco del Grande Fratello? Mo vai via, neh, busone!

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Bologna, 2 agosto 1980, ore 10.24.

Aspetto il papà seduto in terrazzo. Mi piace il Cubo di Rubik e la coda del pavone. Ho il dentifricio di Paperino’s ed il castello della Lego. Giallo. Me l’ha costruito lui. Parlo dentro il registratore. Canto. Voglio sempre la favola dello gnomo. Quello che vive nella casetta, tra i rami dell’albero, nel fitto del bosco.

E Dio ha impastato miele e farina per modellarti le orecchie, intrecciato con l’oro e l’argento i tuoi capelli. Rosso dell’alba sulle gote e per gli occhi due piccole stelle.

Gioco con l’erba ed aspetto. Non piango mai. Papà fa Guendalina e Clementina, con le dita della mano, e mi porta a passeggio sulla Promenade des Anglais. Solo quando non c’è vento, però.

Nelle notti di tempesta tornano le anime degli annegati. Non toccare le ali delle farfalle. Senti il vento? Quelle luci piccine, in fondo, si chiamano lampare. Se perdono la polverina poi non volano più. Gli Angeli dormono un sonno profondo. Gli Angeli vigilano, con le pinne di pietra, perché nessun pericolo venga dal mare.

Gesù bambino, stammi vicino, stendi la mano fa che sia sano. Proteggi sempre babbo e mammina, veglia dal cielo la mia casina.

Così è la vita (diversificazione del prodotto)

La mafia russa si è aggiudicata l’appalto per la gestione di tutte le piadinerie semoventi del Lombardo-Veneto. Del resto l’economia è in crisi ed anche la malavita necessita di flessibilità. Sicché, dopo la discoteca, tutti quanti da Svetlana per una crudorucolaesquacquerone. Con dieci euro in più ci scappa pure il pompino nel retrobottega.

A Le Trottoir alla Darsena, A.G. Pinchezz ed io. Seduti ai due estremi del tavolo. Lui cerca di bere come me. Io di scrivere come lui. Lo Yin e lo Jagermeister. 

In piazza del Duomo c’era una volta  l’omino delle caldarroste. Con mille lire ti dava una bustina marrone di castagne bruciacchiate, bisunta. Oggi le caldarroste le vendono i cinesi, con il sacchetto ergonomico, diviso in scompartimenti. Uno per i frutti, l’altro per i gusci. Cappellino ad intermittenza in omaggio.

Ad ogni quartiere le sue infrastrutture. Le puttane di Buonarroti di giorno fanno le fotomodelle. Quelle di Viale Sarca assomigliano tutte a Margherita Hack. Tuttavia dubito conoscano la formula dell’energia cinetica. 

Edera ci ha messo vent’anni ad arrampicarsi sul muro di casa mia. Giorno dopo giorno, impercettibilmente, coi suoi piedini pelosi di vegetale. Estate dopo estate. Inverno dopo inverno. Sempre più grassa, presuntuosa ed invadente. Settemilatrecento giorni (a non voler contare gli anni bisestili) passati a sgretolare il cemento, paziente, in attesa. Fino a ieri. Quando mi sono accorto che Edera ha divelto i cardini del cancello, bloccandomi l’uscita. Allora, con molta calma, sono entrato in garage, ho preso un’accetta, di quelle belle grosse, da boscaiolo, e ho divelto, a mia volta, Edera. In soli cinque minuti.

Volevo una macchina di Picabia.

Oggi respiro male. Parole incastrate qui, tra il cuore e la bocca. Che bruciano. Sfregano. Smaniano. Ma non vogliono uscire.

Quando Elena se n’è andata ho preso a rosicchiarmi le unghie. Non ho più smesso. Di recente sono passato alle dita. E non mi sento di escludere la sperimentazione di nuovi orizzonti anatomici, in un futuro non troppo lontano.

Non piange per noi. No.

Seduto nell’erba. La pioggia cade, piano. Dai capelli gocciola dolcemente sul viso, dal mento, e poi giù, in un turbine insapore di lacrime. La maglietta si appiccica alla pelle e dal prato sale odore di buono. Ho di nuovo sei anni e sono biondo.

Forse ride.

Corpi bollenti tutto intorno. Allo stato solido, liquido o gassoso. Moloko vellocet. Acqua sulle nostre teste. Saremo precipitati nella Geenna, abbronzati. Ove è pianto e stridore di denti. Rauchen verboten.

I contorni sfumano lentamente, mentre cerco di schivare piccoli cristalli di musica e perline. Dimetriltriptamina. Chissà dove sono finite le mie bilie. Biglie. Briglie. Il capitano augura a tutti una serena permanenza a bordo, mentre Gernika è un filo di fumo all’orizzonte. L’atterraggio su Venere è previsto per le ore 5.40 di ieri, 7 luglio 2001. Prego? Gamma-oh.

Qualcuno fermi il deflusso del cielo, per favore, prima che colino via le ultime stelle. Ice. L’eco delle mie risate contro il fondo della scatola cranica.  La temperatura al suolo è di -93 gradi centigradi. Il maresciallo Mannhereim gracchia dagli amplificatori. Resistere resistere resistere all’avanzata cattocomunista. A colpi di Kraut der Jungfrau.

Qualcuno mi ha strappato la maglietta. La scala come metafora della tensione verso Dio. Sempre caro mi fu questo Shaboo. Forse io.

Qualcuno rantola nel buio, proprio sotto i miei piedi. MDMA. Forse io.

Non è un mondo leggiadro. No.