Io cercherò di essere paziente, ma tu, splinder, vedi di non farmi incazzare

Oggi rimuginavo sul fatto che in casa "nostra", ad agosto, arriverà qualcun altro.

Allora ho passato in rassegna tutti i mobili, mentalmente, per capire che idea si faranno di noi. I nuovi inquilini, intendo.

Forse penseranno che eravamo poveri. Per via dell’armadio, soprattutto. Sì, quello della camera. Quello che non hai mai sopportato. Che avresti voluto buttare dalla finestra. Perché non era funzionale. E a te le cose poco funzionali non piacciono. 

Ecco. Io ad esempio non sono funzionale. Eppure ti sei innamorata lo stesso.

(E la tentazione di buttarmi dalla finestra, ogni tanto, l’avrai avuta)

Così mi son chiesto se loro lo sanno che freddo che fa, d’inverno, in Lombardia. Così freddo che bisogna stare abbracciati, stretti stretti, per non congelare. A non voler dire del caldo, d’estate. Ché, di sicuro, quelli mica se lo immaginano.

Meglio lasciargli un biglietto. Proprio sopra il frigorifero. Come facevi tu. Ci sono ancora le calamite. E i numeri per ordinare la pizza.

Poi mi è venuto in mente che, magari, non dovranno dormire assieme, uno sopra l’altro, in quella cuccia troppo piccola. Sicché non ce ne sarà bisogno.

(Per inciso, e a voler essere sinceri,  ora che ci debbo dormire da solo, nel nostro letto, non mi sembra più così piccino. Ma grande, proprio come la Russia. E freddo. Anche a luglio inoltrato)

Di certo saranno studenti. Mi piacciono gli studenti, non si lamentano mai. O cittadini spagnoli. Poche pretese. Spirito di adattamento.

Studenti spagnoli.

In tal caso bisognerà che levi la bandiera. E quella scritta lì, sbiadita. Non vorrei si offendessero.

Tu ti incazzeresti. Senza ombra di dubbio. Spagnoli in casa tua.

Poi dovrò strappare la plastica. Perché di certo a loro basteranno le tende. Riparare il forno, anche. Dall’ultima volta che hai tentato di cucinare non si accende più.

Chissà se ai nuovi inquilini si spezzerà il cuore alla vista dell’ennesima estate che muore, qui, a Milano. E se odieranno il traffico, lo sporco, il Naviglio, le zanzare, la gente. I perros patada, quelli che ci fanno la cacca davanti al portone. Se sentiranno l’eco delle nostre risate, di mattina. Ed anche di qualche sospiro.

Forse scriverò loro tutti i trucchi per parcheggiare. O forse no.

E chissà se vorranno bene come me a questo buco di culo di città, che m’ha rubato l’amore.

Almeno, ora di agosto, avranno ripavimentato il cortile.

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Se verrà la guerra

Giù di nuovo, dove la terra si adagia e muoiono i sogni. L’unico dolore è assenza di prospettiva.

Ah, now I don’t hardly know her.

Chiudo gli occhi, stringendo il volante, nel punto esatto in cui le lamiere si sono fatte onda. Tra la via Emilia e il West. Segni sulla strada come geroglifici, l’inchiostro ha il colore del mio sangue e del tuo. Là in fondo, dietro le colline, il mare.

But I think I could love her.

Casei Gerola. Ettari di campagne, di nebbia e di niente. E’ così facile impazzire qui.

Crimson an clover.

Mi inerpico sul Colle Santo Stefano, dove la ghiaia prende il posto dell’asfalto, mentre il sole si addormenta oltre la linea dell’orizzonte, bruciando gli occhi ed il cuore.

Ah, when she comes walking over.

Cerco di ricordare la strada, tra i fossi e l’erba alta, verso la tua vita di ieri. Tra le foglie fugge lontano l’ultimo singhiozzo di Valle Padana, coperto dai tuoni e dal rullo dei tamburi. Ci hai dipinti, svogliata, solo per metà. Ora devi pagare il prezzo della nostra imperfezione.

Now I’ve been waitin’ to show her.

Siamo tornati. Mille lingue, un solo alfabeto. Per tener fede alla parola che ci lega.

Crimson and clover.

La musica sale a sfidare le stelle. Sfilo con calma la maglietta, scoprendo finalmente le ali. Fuoco che arde nella gola, promesse tatuate a fior di pelle. Scivolo dolcemente nel cuore della notte. Imparo a volare.

Over and over.

 

Nemo tenetur se detegere

Sdraiato sul letto, dentro la testa anidride carbonica e bagliori elettrostatici. Oltre il lenzuolo si nascondono le ombre. Attendo schierato lungo la linea delle mie ginocchia.

Sette scalini sul niente, sotto un cielo che è la mente di Dio. L’occhio d’Irlanda si apre e si chiude. Lacrime come pioggia, e gocce di mare. Perché non si veda la differenza. La Valletta, 7 novembre 1998, ad ore 12.30. Impossibile distinguere la luce dal buio. Trentacinque gradi eppure muoio per assideramento. Troppi nodi e un giuramento che sa di benzina. Vedi là? Koral. Coralli.

Tredici lettere colorate. Il decesso è ascrivibile a grave emorragia intratoracica originata da (cor fregit) lesioni plurime da arma automatica. La tipologia e micidialità del mezzo d’esecuzione, la reiterazione e la traiettoria dei colpi, consentono di ipotizzare, nel caso di specie, la sussistenza del dolo omicidiario, quanto meno nella sua forma indiretta.

Un morto su quattro per colpa della velocità. Gli altri per via delle stelle cadenti. Attraversamento rane e pericolo di nebbia a banchi. Bentornata estate. Per l’ultima volta.

 

Despierta! Dispara!

Io sono cattivo.

Perché arrivo agli esami con la barba di tre giorni, la cravatta storta e tutto il resto. Perché sono sempre in ritardo. O di fretta. A seconda dei punti di vista. Perché non perdo i capelli, non soffro di sindrome premestruale e non godo delle umiliazioni altrui. Perché non porto occhiali colorati ed ho un solo cognome. Per giunta non boccio mai nessuno.

Quindi sono cattivo. Devo esserlo per forza.

Sono anche stupido.

Perché qualunque decisione mi richiede mesi. Ed è sempre quella sbagliata. Perché quando sorrido non è mai per avere qualcosa in cambio. Perché il mio passo è sempre più lungo della gamba. Perché piaccio alle donne e non ne approfitto. Perché sono povero e felice. Perché dovrei prendervi a calci in culo, ed invece mi fate soltanto un po’ di pena.

Perciò è evidente che sono stupido.

Adesso scusate. Torno subito. Come Il Pieri quando, da bambini, gli portavamo le biciclette da sistemare, con la banconota da diecimila nella tasca posteriore dei pantaloni. E bisognava cercarlo al bar. Mai una volta che abbia accettato i nostri soldini.

Mi sa che era stupido anche lui.

Contro ogni sorta di naufragi ed altre rivoluzioni.

Qui fabbricano sogni di polistirolo. Vedessi come sono belli.

Ogni tanto mi capita ancora di sentirti, mentre cammino a testa bassa nel formicaio della metropolitana.

Il vento tra le foglie e una risata, come il tintinnare di mille cucchiaini d’argento. Odore d’estate e di fragole. Un lampo riflesso nella vetrina. Mi giro di scatto e non ci sei.

Eppure, per un attimo, ho sperato d’incrociare il tuo sguardo.

Sono cambiato dall’ultima volta.

E’ finito il tempo delle bandiere, così combatto per il miglior offerente. Prendo sonno senza il rombo degli aereoplani ed ho smesso di tirare alle stelle.

Bevo ancora come un tempo, per ingannare la notte e i ricordi. Continuo a giocare con le parole ed i capelli. Sorrido allo specchio.

Ma sulla luna non ci vado più.

Sono abitudinario

Sono uscito dallo studio molto tardi. Ho raccolto le mie cose e spento il pc. Poi di corsa in stazione, per riuscire a prendere l’ultimo treno. Al volo. Come sempre.

Di solito approfitto degli spostamenti per leggere, oppure anche solo per pensare un po’. Stasera però  non riesco a concentrarmi. C’é un’ombra che mi disturba. Presagi di sventura. Un lieve senso di colpa. L’impressione di aver di aver dimenticato qualcosa. Dopo un’ora di viaggio finalmente la folgorazione: oggi sono andato al lavoro in automobile.

Maite zaitut (le rondini prima o poi spiccano il volo)

Forse è il caso che tu lo sappia.

Conservo nel mio cuore ogni frammento di te. Anche quelli più stupidi. Anche quelli più insignificanti. Persino quelli dolorosi. Come un piccolo tesoro.

Le notti passate ad ascoltarti parlare. Sudato ed ubriaco di vino. Il caffè bevuto di corsa, in Piazza Lima. Il bacio che ti ho dato sotto il portone, quando ancora non sapevo se ci saremmo rivisti. La domenica pomeriggio trascorsa ad aspettare un tuo messaggio. Il concerto. Il nostro primo appuntamento. Tu con la tua maglietta rossa e le scarpe eleganti. Abbronzata. Ed io in ritardo, come sempre. Anche quella volta. Milano d’estate, la Bosch, Viale Filippetti ed il tuo sorriso quando mi corri incontro. Quello strano modo di parlare la mia lingua. La sensazione di essere finalmente completi.

Io ti amo. Ecco perché oggi sono triste.