MIMEC

June non possiede un armadio. Non saprebbe cosa metteci dentro. Nessun vestito costoso. Né gioielli. Solo un piccolo ciondolo a forma di cigno. Crede di essere brutta. Per via delle occhiaie. E delle lentiggini. Invece è bellissima.

June non sa cucinare. Ma persevera. Settimana scorsa ha dato fuoco al forno. La luce del sole, di mattina, la infastidisce. Per questo ha sigillato le persiane della camera da letto con i sacchi della spazzatura. Quelli neri.

June non piange mai. E’ sempre contenta, specialmente quando trova una parola che conosce. Si arrabbia se qualcuno le parla in modo brusco, ma i suoi temporali durano il tempo di uno starnuto.

June adora il calcio. Beve come come un uomo. E tira pugni che sono fucilate. Ogni tanto russa.

June rompe bicchieri, piatti, vasi e qualche posacenere. Non trova mai le chiavi di casa. Anche se sono sempre al solito posto. Si spaventa per le cose più stupide. In genere insetti. O foglie. Indistintamente. Non è che ci veda benissimo.

June si ricorda di tutte le strade. Anche di quelle che non ha mai percorso. Mi spiega le cose e dice che dovrei sorridere di più.

June ha cambiato la mia vita. E non ha ancora imparato a dire calcestruzzi.

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Palomita blanca.

Possiedo tre chitarre. Ma da quando mi sono amputato l’indice della mano destra non suono più. Vive les Saintes Maries.

Il buio riproduce fotogrammi. Una serie animata degli anni ’60. Quelle in bianco e nero. Con la luna sorridente, i pupazzetti scattosi e tutto il resto. Adoro il rumore del proiettore. Dovrei tenerne uno accanto al letto. Magari sarebbe più facile dormire.

E’ meglio essere vivi oppure essere morti. Non so. Forse è meglio non essere mai nati. Ho deciso di dipingere le pareti d’argento. Costringere le persone a parlare con un microfono. Per poi ascoltarle con comodo. O non ascoltarle affatto. Il mondo non può morderti se lo guardi attraverso un obiettivo.

Un tempo fabbricavo plettri con le schede telefoniche usate. A volte anche con quelle nuove. Tanto non c’era mai nessuno da chiamare.

A pensarci bene la musica si era già fermata da un po’. Vive la Sainte Sarah.

E la domenica (mi devo riposare)

Questa mattina mi sono svegliato con il vento che mi accarezzava la pelle. Ho cercato di chiuderne un poco nel cavo della mano sinistra. Fuggiva.

Milano profuma d’estate. Seguo la corrente sino a Porta Ticinese per ritrovare un amore antico. Corroso dal tempo, scavato dalle rughe, e tuttavia terribilmente affascinante. Ancora.

Una volta qui c’erano le lucciole. Il nonno le catturava e le metteva in un barattolo. Perché mi tenessero compagnia, di notte, sul comodino.

Non ho più paura del buio.

Volo ergo sum

June dice che quando morirà non vuole essere seppellita. La infastidisce il fatto che sotto terra ci sia buio e umido e odore di chiuso. Quanto a me, non importa quel che sarà del mio corpo dopo che il cuore avrà smesso di battere. Mi sembra stupido. Buttatelo pure nel Naviglio. Tanto nessuno ci farà caso.

Strani giorni. Mi sembra di essere in attesa di qualcosa che non arriva mai. Dalla finestra entrano piccoli batuffoli di neve primaverile. Si posano sui mobili e fanno sembrare tutto più vecchio ed abbandonato. Desidero spasmodicamente. Senza soluzione di continuità. Inezie, briciole, particolari di nessuna importanza. Accanto a chimere, dinamiche di volo ed altre varie ed eventuali.

Non dormo. Ci sono sempre suoni che meritano di essere ascoltati.

Metalli con memoria di forma. Per quanto si tenti di imprimere loro una curvatura, torneranno sempre ad assumere la conformazione originaria. Gli attimi prendono il posto di attimi, i volti il posto di altri volti. Io ricordo. Perché è l’unico modo per non aver vissuto invano.

Sarò vento nel vento. E polvere di stelle.

Il problema è il posto auto

Da bambino volevo guidare le ruspe. Non che mi piacessero i motori. O i cantieri.

Siccome le mie scavatrici della polistil erano tutte di un bell’arancione sfosforescente, le tute degli operai-anas pure e il cappello dei playmobil muratori anche, avevo deciso di manovrare la pala meccanica. Per via del colore.

In seguito ho scoperto che agli operai-anas viene una malattia che si chiama silicosi ed io pensavo fosse una specie di colla che si mette ai serramenti per evitare gli spifferi e invece è quel male che ti riduce i polmoni a una colla. Che i playmobil possiedono gambe e braccia senza dita né articolazioni. Possono solo mettersi a 90. Che le scavatrici, quelle vere, sono generalmente di color giallino bile. Quando non sono incrostate di ruggine. E non volevo più guidare le ruspe.

Allora ho deciso di fare l’indiano. Non nel senso di quello che fa finta di nulla. Nel senso di Cavallo Pazzo. Ché loro hanno le penne e i prati e il totem e i bisonti e il calumèt. Soprattutto il calumèt.

Poi m’han spiegato che diventare indiani è una vitaccia. Non è l’America.

Intanto devi superare una prova di coraggio che consiste nel rimanere appesi per ore con tanti piccoli ganci infilati sotto la pelle. Fino a che lo decide Manitou. Inoltre i prati e i bisonti se li è presi uno che, l’ho letto su un libro, aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri. E mi son detto, o non gli bastavan più i pani e i pesci a Gesù Cristo che è dovuto venire fin qui a fregare i pellerossa? Infine gli indiani se ne stanno chiusi nelle riserve. Ma io sognavo di giocare. Essere un numero 10.  Tipo Maradona. O Platinì. O Gullit. Mica una riserva. Allora non volevo più essere un indiano.

Quindi ho scelto di diventare un torèro. Mi piaceva il costume. E la spada, soprattutto. Di quelle che forgiano  a Toledo, con la lama lucida lucida e l’elsa tempestata di pietre preziose. Perché quando vinci la gente ti tira il berretto e le rose, e gli applausi son meglio della sangrìa.

Finché ho capito che il torèro non perde mai. Solo quando gli bucano la pancia. Che se il toro lui lo incontrasse fuori dell’arena, al bar, per dire, le cose andrebbero a finire in una maniera diversa. Perché non ci sarebbero banderilleros e picadores e barriere di legno. Che anche ad esser bravo, ma proprio bravo, della bestia ti regalano la coda. Al limite le orecchie. E ti devi pure servire da solo. Dunque meglio l’esselunga.

Oggi sono diventato grande. Quando vado a la banca l’impiegatadagliocchiblu mi chiede sempre quale dei due conti correnti. Io rispondo sempre quello in rosso. Vicino all’ospedale c’è una piazza con su il mio nome. Ogni tanto penso che alla gente, a sentirmi chiamare, viene in mente la morte, la sofferenza e la malattia. Il che, tutto sommato, non è male. Solo io ci avrei fatto più parcheggi.

Bene

Mi hanno sparato il 20 agosto del 2002.

C’era il sole. Almeno credo. Perché quando è arrivato l’urto tenevo gli occhi socchiusi. E la gente. Dappertutto. Troppa, ricordo di aver pensato. In fondo il giorno in cui muori non è diverso da tutti gli altri; da quelli che sono stati e da quelli che verranno. Il mondo non si ferma quando ti fermi tu.

Il rumore di un cuore che si schianta è buffo. Quasi impercettibile. Tintinnare di piccoli granelli di sabbia sul vetro.

Non ho provato dolore. Solo ho sentito le gambe cedere, all’improvviso. E Dio, no. Non così. Tra i panni e le creme solari. Avrò pur diritto ad una fine da uomo.

Ma poi, del resto, che importa.

Non mi sono voltato per capire chi avesse tirato il grilletto. Non ce n’è stato bisogno. Il colpo di grazia, però, quello almeno speravo di meritarlo.

Hi, my name is Frankie Hill

Non mi siedo mai in metropolitana. Neppure a Precotto. Neppure a mezzanotte. Neppure quando sono solo. Vagoni vuoti e scariche di elettricità. Ma io niente. Fermo come uno stoccafisso. Aggrappato al mio bel paletto di metallo. Se vogliono farmi poggiare il culo su uno di quei seggiolini di plastica dovranno mandare un’intera squadra di bigliettai a violentarmi. E venderò carà la pelle, statene pur certi.

E’ che non sono in grado di di-scri-mi-na-re. Non è il mio forte. Avevo cinque anni e la mamma mi portava per la prima volta sui mezzi pubblici. Bisogna sempre cedere il posto agli anziani, agli invalidi e alle donne incinte. Donne incinte? Son quelle con il pancione che poi c’è dentro un bambino. Oh bella, se lo sono mangiato? No. Cresce lì. Chissà che buio…e chi ce l’ha messo? Il papà. Perché faceva i capricci? Scendi, via, ché siamo arrivati.

E io mi impegnavo, giuro. Sopracciglia aggrottate. Quella lì ha la pancia grossa,  chissà se dentro c’è un bambino. Nel dubbio cedevo il passo. No, è solo obesa. E il posto me lo fregava qualche ragazzino più sveglio.  Quello lì col gesso è un invalido, mica si può sbagliare. Mi fottevano di nuovo. La signora nell’angolo non è più di primo pelo, se non mi alzo passo per maleducato, se mi alzo si offende. Mi sudavano le mani, per lo sforzo.

Che poi una volta mica c’era la vocettina DuomofermataDuomoetutticazzi. Per quelli alti meno di 1,50 m significava sbagliare una volta ogni due, in mezzo alla selva di gambe, mani e borsette. A sette anni finalmente ho imparato a contare le stazioni.

Tutte le mattine, nel tragitto verso lo studio, mi intercettano due prezzolati della Mondadori, semi-analfabeti. Una domanda, ti piace leggere? Personalmente preferisco la masturbazione. Mi avete già fregato una volta con i vostri trucchetti. Ti piacciono i fiori? . Vuoi fare il fiorista? No. Non ci casco più. E mandatemi pure a giocare con il cubo di Rubick, adesso. Ve le brucio tutte le aiuole.

Soundtrack: Skunx – Lars Frederiksen & the Bastards