La schiuma dei giorni 

Qui il fango è fatto dei nostri fiori, dei nostri fiori blu.

Piove di nuovo, da settimane. E tu non ci sei più. L’acqua tamburella sulla grondaia, il suono sordo e ovattato della tua assenza.

Disegno un ovale sullo specchio appannato. Ho la barba lunga e gli occhi gonfi. Ripenso a due fotografie. 

Nella prima indossi una gonna a palloncino, con i tacchi alti e lo chignon, il giorno in cui tua madre si è sposata di nuovo.

Di lei ti vergognavi, per il suo fascino ingombrante e l’accento straniero. Così avevi deciso di non andarci, anche per via del figlio nero e assassino, il cui riflesso già ti si leggeva negli occhi.

Eppure l’aria era tiepida, quel pomeriggio, e il Tevere un lungo arazzo dai ricami dorati. Allora perché no, mi hai detto, in fondo non c’è niente di male. E hai ballato a piedi scalzi, sei stata felice.

La seconda è scattata un anno dopo: vado in ospedale, starò via poco.

Avevi il dono della musica e non suonavi più. Quando ti ho chiesto il perché mi hai risposto: se voglio guarire devo rinunciare a qualcosa che amo. Ho riso, perché non aveva senso, come molte delle tue boutade.

Prima di andartene hai ridipinto casa, comprato mobili, costruito un kamishibai per i tuoi bambini. A settembre, se sto bene, voglio andare in Lapponia.  Proprio tu che senza il sole non potevi stare.

Ci piaceva vivere velocemente ed era una delle poche cose  che avevamo in comune. Eppure, così diversi, siamo sempre andati d’accordo, probabilmente per le stesse cicatrici che portavamo dentro. 

Non ti ho detto addio. I gesti d’affetto non sono mai stati il mio forte. O forse speravo che da quel letto ti saresti alzata davvero, senza più camice né parrucca, con i capelli al vento ed il tuo basso a tracolla. 

Gute nacht, schatzi, e va’ lontano. Qui il fango dei nostri pianti è intriso. 

Nel sonno campestre

Ho iniziato a scrivere all’età di quattro anni, senza pensare  che un giorno mi ci sarei guadagnato da vivere.

Una cugina di mio nonno, decrepita ma con lo sguardo luminoso di un folletto,  mi costringeva a compitare, per pomeriggi interi, file di aste e cerchi al tavolino, mentre nei lunghi pomeriggi estivi le voci degli altri bambini si mescolavano ai colpi di pallone.

Avrei voluto utilizzare una delle penne stilografiche del nonno, che aveva sempre le dita macchiate di inchiostro, ma mi era permessa solo la matita, che incideva brutalmente il foglio e bisognava temperare ogni cinque minuti.

Il nonno era un uomo misterioso, con una valigetta piena di cianfrusaglie e l’abito scuro. Era stato chirurgo di guerra e quando si affacciava alla porta dell’ambulatorio – un ricettacolo di orrori, bisturi e sanguisughe – aveva sempre le maniche della camicia arrotolate sopra i gomiti.

La nonna era morta molti anni addietro, in un incidente d’auto, lasciandolo con quattro figli sognatori e inconcludenti, una disgrazia di cui non parlava mai.

Da piccolo pensavo non mi volesse bene,  per via di quei capelli biondi e delle lentiggini che mi rendevano così simile a mia madre, fuggita in Francia con un capofila della rivolta studentesca.

Eppure nemmeno mia sorella sembrava andargli a genio, con il suo carattere allegro e spensierato, i lunghi capelli corvini e gli occhi verdi di pantera.

Sono stato un adolescente volitivo e taciturno. Passavo le giornate leggendo romanzi polverosi, enciclopedie mediche e vecchi saggi storici, mentre Viola, cantando, intrecciava corone di foglie e fiori di magnolia.

Nel parco c’erano vecchie sculture di putti e capitelli corinzi, corrosi dal tempo e soffocati da nuvole di muschio.

Ci inseguivamo, ansanti, fra tronchi di betulle e cespugli di sambuco, sino ad un vecchio pozzo con la carrucola arrugginita, sul quale ci sporgevamo per scrutare la nostra immagine tremolante e lontana.

Il nonno allevava diversi tipi di animali. Pappagalli, in una grande voliera ricoperta di glicine, e alcuni pavoni, che se ne stavano rinchiusi, schiamazzanti, in vecchi recinti di ferro battuto.

Ogni tanto qualche esemplare più coraggioso si avventurava sui rami di un albero o sopra la veranda della cucina. Toccava allora a Benedetto, il giardiniere, recuperare il fuggitivo berciante e riportarlo, bestemmiando, alla sua dorata prigionia.

Di sera, dopo aver cenato, sedevo sotto al portico, tra gli effluvi di cetronella e gelsomino, ad aspettare il volo delle prime lucciole, mentre dal fontanile lontano si levava il canto delle raganelle.

Raccontavo a Viola, la testa poggiata sul mio braccio, la favola dei bimbi d’oro e d’argento e mi addormentavo pensando al sorriso di mio padre, all’odore di tabacco fra le pieghe della sua giacca.

Mai e poi mai, figlia mia che cavalchi in lungo e in largo

nella terra delle fiabe del focolare, e per incanto addormentata,

devi temere o credere che il lupo con un cappuccio bianco-agnello,

saltelloni e belando rozzo e allegro balzerà,

Mia cara, Mia cara,

da una tana nel mucchio di foglie nell’anno zuppo di rugiada,

per mangiare il tuo cuore nella casa nel bosco di rose (D. Thomas). 

Once were warriors

E io m’interrogai sul presente: quanto fosse vasto, quanto fosse profondo, quanto fosse mio”

In principio era il Verbo, o almeno così ci hanno insegnato.

La ragazza peserà sì e no trenta chili.

Risponde facendo balenare gli occhi.

Si rende conto che si sta uccidendo?”, le chiede il giudice con aria grave.

Sua madre scoppia a piangere, coprendosi il volto con le mani.

Questo è il modo che ho scelto”, sussurra agli infermieri che la calano per le scale.

Un tram passa sferragliando in direzione del deposito.

La sirena si perde oltre l’incrocio.

Resto solo e mi incammino seguendo i binari.

Un uomo in vestaglia porta a passeggio il cane, l’odore di tabacco mi ricorda mio padre.

Decido di fermarmi da Biagio.

Il proprietario mi riconosce e mi fa sedere vicino al palco.

Ordino una birra, sfilandomi il soprabito.

Una coppia discute seduta a un tavolino.

Cerco di concentrarmi sulla musica.

La devi finire“, grida lei, picchiando il boccale sul ripiano di marmo.

Ha le braccia coperte di tatuaggi.

Rincasando penso che ognuno di noi porta il suo moko impresso nell’anima.

Un segno inciso per ogni battaglia.

L’ascensore mi ricorda l’astronave di quel film di Méliès.

Le voyage dans la Lune.

Infilo le chiavi nella toppa cercando di non far rumore.

Giulia dorme sul divano.

Spengo il televisore e la sollevo delicatamente.

Mentre la porto a letto farfuglia qualcosa a proposito della lavatrice.

Apro la cassaforte.

La canna esagonale del revolver manda bagliori argentati.

Seduto sul bordo della vasca infilo i proiettili nel tamburo, uno alla volta, come piccoli confetti bruniti.

Sfilo la camicia.

Una vecchia cicatrice mi attraversa il petto. I suoi bordi frastagliati sono confini di una carta geografica.

Armo il cane, inspirando, e tiro all’immagine riflessa allo specchio.

Nel bagno si diffonde l’odore della cordite.

La luna sorride.

Dal foro, delle dimensioni di una monetina, fluiscono i ricordi, le aspettative e i sogni.

Il mio viaggio è finito.

Si torna a casa.

Domandò a Gluck se non era troppo giovane per essere sotto le armi. Lui disse sì. Domandò a Edgar Derby se non era troppo vecchio per essere sotto le armi. Lui disse sì. Domandò a Billy Pilgrim cosa diavolo era, Billy disse che non lo sapeva. Stava solo cercando di tenersi caldo. «Tutti i veri soldati sono morti» disse la donna. Ed era vero. Così va la vita” (K. Vonnegut)

Érase una vez el amor pero tuve que matarlo (musica dei Sex Pistols)

Nancy amava Sid, ma le piaceva leggere filosofia e ascoltare Wagner. Sid amava Nancy e non gli piaceva nient’altro

Dimentico la nostra lingua. Ogni giorno se ne va qualche parola.

Oggi un verbo, domani un aggettivo. Piccoli pezzi di un sogno infranto.

Attendo l’imbarco seduto a un tavolino, l’aria stravolta e il vestito stropicciato.

Scariche di adrenalina mi attraversano il corpo, mentre le pastiglie iniziano a fare effetto.

Una hostess mi domanda se desidero qualcosa da bere.

Uno scotch, per favore.

Sorride.

Lo sa che l’aereo è il mezzo più sicuro al mondo?

Così dicono.

All’inizio anche io avevo paura, poi ci si abitua.

Ci si abitua a tutto, mein herr fräulein.

Il rombo di un 747 scuote le vetrate della sala d’aspetto.

Da bambini guardavamo gli aerei aggrappati alle reti di protezione.

Voglio fare il pilota, diceva mio fratello, con i suoi occhiali a fondo di bottiglia.

Do un’occhiata intorno. Una signora sonnecchia sulle poltroncine.

Barcollo fino alla porta del bagno, trascinando il trolley pieno di documenti.

Faccio scorrere l’acqua per qualche secondo, poi metto le mani sotto il getto bollente.

Il dolore mi fa stare meglio.

Esco quando gli altoparlanti annunciano l’ultima chiamata del volo per Milano.

La signora si sveglia di soprassalto.

Percorriamo il tunnel snodabile di corsa, con il sole che tramonta oltre le montagne.

Cabin crew ready for take-off.

Domani è ancora lunedì.

Mi manchi

Sid non ha mai avuto la minima chance. Desiderava amare una donna e trovò Nancy, la ragazza migliore che c’era sulla terra. Non avrebbe potuto essere più fortunato e sai come si comporta Madama Fortuna con i tipi sensibili. Il povero Sid aveva il cuore di tigre, ma l’anima del poeta” (E. Medina Reyes)

We’re from Barcelona

No puedo tomar café,
el café me quita el sueño.
Solo puedo tomar-te,
que con café no duermo

Due ali di cartone tatuate sulle mie spalle.

Ogni notte si ripete uguale a se stessa, come un eterno supplizio.

Ti ho vista per la prima volta nella luce azzurra di un mattino d’agosto.

L’albergo sembrava una casa d’appuntamenti e una voce metallica ripeteva la destinazione dei treni in transito.

Avevo atteso un autobus per ore, alla stazione di Vitoria, ascoltando il Sirimiri battere su una vecchia pensilina arrugginita.

Il giorno dopo ho camminato nelle tue viscere, senza meta, sino alla terrazza del Parc Güell.

Guardandoti dall’alto, tra le voci accaldate degli italiani in vacanza, ho odiato l’incanto delle tue mille anime.

Fumavo una sigaretta dopo l’altra, sul balcone, guardando il riflesso della torre Agbar.

I pranzi consumati negli aeroporti di mezza Europa, i miei libri e la malattia.

Paula seminava biancheria per l’appartamento e piccole calamite sulla pancia del frigorifero.

Sono partito promettendo che sarebbe stato per poco, ma da allora non sono più tornato.

Harrobaren ertzean, basamortuan, so eginez,
azkeneko pitzadurak ez ninduke harraoatuko.
Kristaleeko kutxa batetan amildegitik jauzisko nintxateke,
ibilbidearen amarera noiz iritsiko den larritu gabe.
Hemen izango bazina.

Eclipse de mar

Da sempre mi rado con la lametta.

È un piccolo gesto che mi ricorda mio padre.

L’abito scuro, il nodo alla cravatta e i capelli arruffati.

Papà aveva gli occhi verdi.

Io no, però porto le stesse piccole macchie di sangue sul colletto della camicia.

La nostra casa era appartenuta a un gerarca nazista, uno di quelli impiccati a Norimberga, e l’ampia scalinata in marmo incuteva timore.

Spiavo di nascosto i pazienti di mio nonno, vecchie cariatidi contadine con le mani rotte dalle stagioni, e quelli di papà, affetti da cronica bizzarria.

Il primo intervento del nonno fu in guerra, da studente, quando dovette amputare la gamba ad un soldato.

Tagliò seguendo le illustrazioni di un vecchio manuale da campo e il soldato si prese la cancrena.

Quando lo raccontava, dopo aver bevuto un po’, una ruga gli increspava la fronte.

Nell’autorimessa c’era un piccolo calesse utilizzato un tempo per le visite a domicilio, ma nessun cavallo più che lo potesse tirare.

Così ero io a far correre mia sorella, prima che la carrozza ritornasse una zucca.

La nonna è morta nel 1967, in un incidente d’auto, e con lei il più anziano dei fratelli di mio padre.

Il più giovane, professore di storia, si sparò un anno dopo nei bagni dell’Università.

Fu allora che il nonno decise di vendere la villa e si mise a scrivere poesie.

Diceva che era l’unico modo per non essere dimenticato.

Un mattino un infarto se l’è portato via, con il pastrano e il cappello, al volante della sua 127 blu, il motore acceso e la borsa posata sul sedile del passeggero.

Qualche tempo addietro sono stato invitato all’inaugurazione di una clinica che porta il suo nome, così ho pensato che forse, dopotutto, si sbagliava.

Sono nato in un mondo ormai cambiato e il medico non ho voluto farlo mai. Di mio nonno ho ereditato l’orologio e quella ruga profonda come una ferita.

 

Che tu sia per me il coltello

Le increspature mandano lampi accecanti.

“A Sitges, per favore, passando dalla litoranea”.

Il tassista mi guarda come se fossi pazzo.

“Con questo traffico ci vorrà più di un’ora”.

Inspiro lentamente l’aria carica del profumo degli oleandri.

“Nessuno mi aspetta”.

Il cimitero occupa l’intera collina, fatico ad orientarmi tra i sentieri e le lapidi annerite dal tempo.

A un tratto la scorgo, dietro la sagoma di un angelo mutilato.

Inciso su una lastra di metallo arrugginito c’è il mio nome.

Ho letto una volta che gli antichi saggi credevano che nel corpo ci fosse un ossicino minuscolo, indistruttibile, posto all’estremità della spina dorsale. Si chiama luz in ebraico, e non si decompone dopo la morte né brucia nel fuoco. Da lì, da quell’ossicino, l’uomo verrà ricreato al momento della resurrezione dei morti”.

Il berry vibra a cadenze regolari.

Due uomini litigano in arabo sotto le nostre finestre.

Guardo la curva perfetta della tua schiena, nessun dio ci potrà mai perdonare.

Le ombre dei miei vestiti sono anime in attesa del giudizio universale.

Lascio che l’acqua sciolga i miei pensieri.

Domani non ci sarai e sento qualcosa cedere oltre la linea del cuore.

La nebbia avvolge lentamente ogni cosa.

Il mio trolley sobbalza sull’asfalto bagnato.

Poi d’improvviso è giorno.

Così per un certo periodo ho fatto un piccolo gioco: cercavo di indovinare quale fosse il luz delle persone che conoscevo. Voglio dire, quale fosse l’ultima cosa che sarebbe rimasta di loro, impossibile da distruggere e dalla quale sarebbero stati ricreati. Ovviamente ho cercato anche il mio, ma nessuna parte soddisfaceva tutte le condizioni. Allora ho smesso di cercarlo. L’ho dichiarato disperso finché l’ho visto nel cortile della scuola. Subito quell’idea si è risvegliata in me e con lei è sorto il pensiero, folle e dolce, che forse il mio luz non si trova dentro di me, bensì in un’altra persona” (D. Grossman).